indie folk

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La nostra intervista a Livia Ferri. A Path Made by Walking è il suo nuovo album.

Le abbiamo dedicato la copertina del primo numero su carta, con un titolo significativo, non solo per Livia stessa (le parole sono sue), anche per noi che abbiamo aperto i battenti da poco e con grande entusiasmo. ‘Il cammino si fa camminando’. Il nuovo album della cantautrice romana è un invito ad incamminarsi. E a dare importanza ad ogni passo. E il primo è sicuramente quello più importante.

Nello spazio dedicato alle recensioni troverete anche quella relativa al primo disco, Taking Care (2012), in questa sede, invece, proponiamo il nostro viaggio a tappe con Livia Ferri, puntellato dalle nostre domande, mentre quello tutto personale legato all’album, un anno di brani rilasciati a 45 giorni di distanza l’uno dall’altro, è giunto al 3° appuntamento, con il 3° singolo, Dots.

Partiamo con una citazione scontata: il secondo album è sempre il più difficile nella carriera di un artista. Confermi?
Ma quasi quasi mi viene di smentire..! Questo secondo album è stato molto molto più intenso, ma non direi più difficile. Non è stato difficile realizzarlo, anzi, credo che lavorarci sia stato un processo fluido, divertente, appassionante, in cui tutto è avvenuto con molta spontaneità e naturalezza. Anche nella scrittura mi sono molto lasciata andare, è stato un gran lavoro di ricerca interiore, ma non lo definirei difficile. Anche se facile non lo è mai.

Quanto è cambiato, se è cambiato, il tuo approccio alla scrittura nei tre anni che separano Taking Care da A Path Made by Walking?
Sì, è cambiato di sicuro. Sta diventando sempre di più una ricerca di onestà e cerco di preparare un terreno privo di giudizio per farla fiorire e vivere. È stato proprio questo l’inizio del nuovo percorso. Non che prima volessi dissimulare qualcosa, ma la mia lingua interiore era molto più timida, più influenzabile, ero molto più insicura di me e mi preoccupavo molto dell’accoglienza del pubblico. È chiaro che è un aspetto da curare, e molto importante, ma per la mia esperienza questa cura va evitata in fase di scrittura: la fase creativa deve, per me, essere necessariamente scevra da ogni giudizio, in caso contrario il risultato suona falso, imbastito. Per me questa deve essere un’espressione libera, libera anche e soprattutto da me stessa.

Hai registrato anche quest’album in luoghi diversi dal tradizionale studio di registrazione. Perché?
Come per il primo album, anche questa volta abbiamo deciso di registrare fuori dagli studi. Per me il discorso è sempre quello, onestà. Il suono di uno studio non lo è, le pareti assorbono tutto, il tempo è poco, stai a pensare a quanto spendi, devi registrare in certi tempi, se invece adatti un luogo qualsiasi all’occasione hai molte più possibilità, infinite quasi! Noi abbiamo dormito, mangiato, suonato, riso e quant’altro tutti insieme, tutti in una casa, per dieci giorni. Questo è impagabile. Se mi fossi svegliata alle due di notte con la voglia di registrare avrei potuto farlo.

Nell’ultimo lavoro sono cambiati tutti i musicisti con cui hai registrato i brani. C’è una loro partecipazione attiva negli arrangiamenti o avevi già in mente tutti i brani prima di incontrarli?
Li conosco da tempo e chiedo sempre consiglio ai musicisti che stimo. Ci tengo anche a creare un’interazione profonda e chiedo libertà. Ci sono casi in cui ho già un’idea molto precisa di come un brano possa suonare ma cerco di tenermi aperta. Alessandro De Berti (meraviglioso chitarrista che però con me, per ora, suona il basso) mi ha aiutata molto in preproduzione, dando ordine ai miei arrangiamenti, suggerendo modifiche interessanti o semplicemente sondando l’importanza degli elementi che avevo in testa. Abbiamo lavorato molto a togliere, a rendere tutto il più asciutto ma efficace possibile. Cercavamo l’essenziale.

Come è nata la scelta di pubblicare online i brani a distanza di 45 giorni l’uno dall’altro?
È una scelta che viene da due necessità: la prima che dico ora riguarda più un’idea di marketing, se vuoi, che è quella di avere, in questo modo e per tutto l’anno, materiale utile da pubblicare, elementi da giocarci per tenere alta l’attenzione ed il focus su questo progetto. L’altra è una necessità di concetto: questo album non lo puoi ascoltare di corsa, in sottofondo. È un disco da sentire con calma, con tempo, tempo maledizione! Il tempo che non ci concediamo più, col tempo di scoprirsi, di guardarsi in faccia, riconoscersi o meno, domandarsi chi siamo. È un discorso lungo e denso, perciò non ci interessa somministrare due o tre singoli. Ci interessa fare un discorso che le persone possano seguire, dando a ogni brano la giusta importanza.

Da cantautrice, quanto conta la dimensione live nel tuo lavoro?
Conta moltissimo, dato che è il 90% del mio lavoro annuale. E conta tutto nel creare un rapporto col pubblico, anzi, con le persone. Ho imparato tanto dai live e, anche se non è facile mantenere un certo ritmo interno ed esterno, è l’esperienza che più ha il potere di muovere cose e persone, emozioni, mie e di chi mi ascolta. Quando finisci di suonare e le persone ti dicono “brava” vuol dire che non hai fatto errori (o che loro non se ne sono accorti), quando le persone si commuovono e senza dire niente ti abbracciano lì succede qualcosa che non lascia il tempo che trova. Lì qualcosa resta, a lungo, ancorata forte, in loro e dentro di me e ci unisce e fa nascere altre cose meravigliose. Quando questo succede io vedo un futuro, vedo un cammino, vedo un’evoluzione. Perciò conta tantissimo, nel lavoro ma proprio nella mia esistenza.

Insieme al primo brano, Hyperbole, inizia a intuirsi anche l’artwork dell’album. In che modo i disegni si collegano ai brani?
Ogni disegno rappresenta un brano, e ogni disegno (come ogni brano) è profondamente legato al precedente e al successivo. Autrice dell’artwork è Martha Ter Horst, che ha realizzato tutto con la tecnica 1line, cioè senza mai staccare la penna dal foglio, con un unico tratto per tutti i disegni, e lo ha fatto con la sua sensibilità e la sua creatività e mi ha resa felice, lo trovo bellissimo e perfettamente coincidente con il concept.

 (Intervista raccolta da Marco Pacella)

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