ROCK


Bud Spencer Blues Explosion – (Foto di Nael Manuela Simonetti)

I Bud Spencer Blues Explosion alle prese con le domande di LESTER
“Il nostro obiettivo? Rappresentare il rock italiano, contemporaneo, che spacca, ma davvero!”
Il gruppo romano dice di non sentirsi arrivato ma il nuovo disco asseconda ambizioni più che plausibili

 

di Angelo D’Elia – Con la collaborazione di Pietro Doto

Chi sarà mai fra i Bud Spencer? Calcutta? Lester Bangs?
Forse Angelo D’Elia…

INTERVISTA Abbiamo incontrato i Bud Spencer Blues Explosion poco prima del live al Monk che ha ufficialmente aperto il tour di supporto a Vivi Muori Blues Ripeti, quarto lavoro discografico del duo romano, di cui abbiamo parlato su queste pagine ed in maniera giustificatamente entusiastica (recensione LESTER qui).
A 4 anni dall’ultimo album – BSB3 – Adriano Viterbini e Cesare Petulicchio sono apparsi rilassati e vogliosi di riconquistare il proscenio. Al momento della pubblicazione dell’intervista, il gruppo ha già calcato i palchi di Milano, Brescia e Torino. 

 

Partiamo subito dal nuovo album: un suono ‘diverso’, un uso più limitato dello slide, meno assoli, anche se le parti di chitarra non mancano. Come avete pensato a questa svolta e qual è stato il ruolo di Marco Fasolo in cabina di regia?
Viterbini: Sicuramente Marco è stato il regista di queste registrazioni, io e Cesare abbiamo creato i pezzi in sala e abbiamo cercato di creare delle musiche che fossero godibili ed ascoltabili, al di là della performance e dell’interplay. Meno “jazzistico” come modalità musicale e forse un po’ più pop, nel senso di costruzione di una canzone che possa essere godibile. Chiaramente, però, noi facciamo tutt’altro, musica più eccitante, quindi ci servivano dei suoni che potessero caratterizzare in maniera morbida e godibile questa modalità musicale che volevamo interpretare. Marco per questo ha scelto come comun denominatore la soul music, il rock anni ’70, cercando però di renderlo contemporaneo, con una freschezza che si può percepire nel disco.
Petulicchio: Sì, è stata proprio quasi una collaborazione con lui e questa sua produzione così caratterizzante ha dato un vero e proprio suono al disco.

Viene in mente la collaborazione con Alberto Ferrari nel tuo (Viterbini) lavoro solista, Film O Sound, con il classico soul Bring It On Home di Sam Cooke…
V: Esatto!

Quanto siete ansiosi di riproporre dal vivo questo nuovo sound? Il tour sta per iniziare, come ‘ve la sentite’?
V: Calla! Spacchiamo. Siamo il gruppo più figo che ci sia… (risate generali – n.d.r.)! Scherzi a parte, non vediamo l’ora di suonare, di portare in giro il disco con questa attitudine, perché proprio ci va. Io, un concerto nostro lo andrei a sentire, perché adesso c’è tanto altro ed una cosa così mi farebbe un po’ respirare… cazzo, che figo, finalmente posso un po’ ‘scapocciare’, divertirmi!

C’è anche una rinnovata cura per i testi. Domanda dovuta: prima i testi o le musiche? E quanto gli uni hanno influenzato la creazione delle altre?
P: Noi solitamente iniziamo a lavorare jammando. Di queste lunghe jam sessions registriamo tutto e poi cerchiamo di capire quale idea possa portare ad una vera e propria canzone, magari cantando una linea melodica in finto inglese o finto italiano, tanto per dare un’idea di quello che poi sarà il pezzo.

Avete deciso di affidare i testi a due firme storiche della scena italiana, Davide Toffolo e Umberto Maria Giardini. È un modo di rimanere ancorati alle vostre radici, blues ma anche rock anni ’90? O è un vostro modo di andare incontro al pubblico del cantautorato indie?
V: Guarda, rispetto a questa osservazione che fai, non ci avevamo pensato più di tanto. Di sicuro, con questo disco vogliamo parlare anche al pubblico di oggi, sarebbe da scemi voler parlare soltanto al pubblico vecchio, che senso ha? Però, questi artisti che hanno collaborato con noi, sono nel disco perché fanno proprio parte del nostro DNA. Siamo cresciuti con le loro canzoni, da ragazzini andavamo a cercare sotto la ‘T’ Tre Allegri Ragazzi Morti e compravamo i CD, come con Moltheni, poi diventato Umberto Maria Giardini. Li abbiamo sempre reputati dei grandi artisti che riuscivano a fare della canzone qualcosa di più ‘magico’ rispetto agli altri. Nel tempo, per fortuna, sono anche diventati nostri amici, quindi è stato semplice, puoi immaginare, fargli ascoltare delle canzoni e chiedergli se avessero testa, tempo e voglia di lavorarci, se avessero delle suggestioni. Loro ci hanno rispedito dei testi, su basi musicali che avevamo registrato con dei cantati in un finto inglese, o in alcuni casi anche con qualche parola in italiano, comunque con una linea melodica. Io avevo messo delle parole a caso o delle piccole frasi che mi suonavano bene e loro partendo da queste hanno costruito i testi.

Voi, Fasolo, Alberto Ferrari, ma anche Enrico Gabrielli, Dellera, vi scambiate molte collaborazioni. Si è forse creata una comunità?
V: Col tempo, con tutta questa gente legata alla musica rock, ci siamo conosciuti, soprattutto siamo tutti un po’ in fissa per gli strumenti. Secondo me c’è stata e c’è un’unione, l’ho avvertita negli ultimi tre o quattro anni. Forse ancor di più per il fatto che c’è stato l’avvento di musica diversa rispetto a quello che facciamo noi, ci è capitato di conoscerci e suonare insieme. Ci sarebbe piaciuto se fosse successo prima. Però è bello anche così, magari nasceranno delle cose nuove.

Un disco come If You Could Only Remember My Name di David Crosby, un’opera a firma unica, ma in cui si riunisce tutta un’intera scena (in quel caso, tutta la scena del rock psichedelico della West Coast americana), lo vedreste possibile? È solo una nostra fantasia?
V: Secondo me sì, è possibile!
P: Sì. sì… anche se secondo me le collaborazioni più interessanti sono quelle tra generi diversi, è lì che può davvero nascere qualcosa, far scattare qualcosa di unico, piuttosto che da tutti quelli che vengono dallo stesso mondo. Determinate scene sono molto chiuse, come magari anche la nostra. Sarebbe bene che scene diverse collaborassero di più.
V: Sì, se si estremizzassero i generi o la volontà di fare qualcosa che non è mai stato fatto. È una bella sfida creare dei clash strani, apparentemente non facili, e comunque tutti i musicisti che hai citato… è tutta gente super aperta.

Da sempre si parla, in Italia, di un antagonismo malizioso, non propriamente sano. Secondo voi, quindi, qualcosa è cambiato?
P: Forse in realtà non c’è mai stata, questa sorta di ‘guerra tra poveri’. Forse può esserci della competizione su un palco. Magari sei ad un festival e dici “stasera gli abbiamo fatto il culo”, ma sono cose più goliardiche. Poi, parlo sempre di quelli che ho avuto modo di conoscere io, magari nella scena rap c’è, invece, più competizione, ma fa parte proprio di quella cultura e anche lì ci vedo più un atteggiamento goliardico.

Escludete a priori la via inglese? Pensate possa essere una svolta contemplabile nella vostra carriera?
P: Per noi è molto naturale cantare in italiano, da sempre. Secondo noi è sbagliato escludere tutto a priori, di base, sarebbe forse anche un modo per uscire dall’Italia. Poi non è una questione di pubblico, è più tutto quello che c’è dietro, cioè, per un gruppo italiano, che canta in italiano, è molto difficile uscire. Ci è capitato di suonare all’estero ed il pubblico era entusiasta, è più un limite di etichette, distribuzione ed uffici stampa, che sono sempre molto restii alla distribuzione di un gruppo italiano all’estero. Anche grandi gruppi, come i Verdena e gli Afterhours, hanno avuto delle parentesi estere, però mai proporzionali alla loro bravura. È una cosa che ti può aprire altre strade, però forse quelli non saremo noi: per cantare in inglese devi essere madrelingua, non basta sapere l’inglese, ci vuole una grossa preparazione.

Quando avete suonato all’estero, qual è stata la percezione rispetto al cantato in italiano? È importante parlarne, attraverso la vostra esperienza diretta, forse è possibile scardinare certi luoghi comuni…
P: La percezione che io ho avuto è che la gente fosse presa benissimo, soprattutto in America, quando siamo andati nel sud, a Memphis: erano presi bene, molto incuriositi da un gruppo italiano che suona blues, quindi, comunque, ribadisco, penso non sia un limite di audience ma di addetti al settore.

Sono passati 4 anni dall’ultimo album. Quando vi siete ‘separati’, vi siete lasciati con scorie da tipica convivenza forzata?
V: Beh, siamo arrivati un po’ saturi, l’altro disco era un disco molto HD, anche nei sentimenti, mentre questo è più morbido, più caldo, si fa ascoltare. Noi volevamo registrare della musica che non fosse concitata, che fosse piacevole da ascoltare nella sua interezza. Abbiamo preso questo disco un po’ come se fosse un libro, con dei capitoli, non perché ci siano dei collegamenti fra le canzoni ma, come quando si legge un libro, ha un senso dall’inizio alla fine. Forse è una cosa un po’ antiquata, visto che adesso vanno i singoli, però l’importanza di un disco, visto che è sempre qualcosa che ‘ci sopravvive’, insomma, merita il tempo che ci abbiamo speso, è stato quello giusto.

Lester è una testata locale, per sua natura tratta di artisti di ogni livello, anche se vale molto la logica del singolo, notiamo che nessuno rinuncia a pensare al disco nella sua interezza. È interessante, quindi, parlare anche della scaletta: E Tu?, primo singolo e apertura dell’album, è forse un’autoparodia di quello che avete fatto finora, riproposto in maniera così schematica?
V: Ti dico una cosa per quanto riguarda le scalette. Una volta, quando ero ragazzino, lessi su Metal Shock un’intervista a Eddie Vedder, che diceva che il primo pezzo di ogni disco deve essere un cavallo da corsa, e secondo noi E Tu? era un modo per riproporci per quello che siamo stati ma con un’accezione diversa. Non so se hai notato che il pezzo ha un accordo solo, con delle ripetizioni della stessa frase, in maniera abbastanza ossessiva. Un po’ un riassunto delle puntate precedenti, ma con un’apertura al nuovo.

Conosciamo bene la vostra ‘gavetta’, abbiamo anche assistito ad una delle vostre prime esibizioni, in un club a Trastevere, il Led Zep: dopo tutti questi anni in che condizioni trovate il circuito romano?
V: Ah! Pensa te… grandi! Sì, uno dei primi, tornavamo dalla Puglia, mi pare… eh, per quel che riguarda la scena, mi sembra ci sia stato un passaggio di testimone, da dei cantautori… ora ce ne stanno altri; secondo me è figa.

Continuate a seguire la scena cittadina?
V: In parte la seguiamo, in parte la subiamo.
P: Una cosa che pensavo è che, in realtà, nei periodi in cui la città è in difficoltà, nascono artisti nuovi. Una cosa artisticamente ‘normale’, direi. Ad esempio, a Londra quando c’era la recessione economica è nato il punk; quando Seattle era nella merda, è nato il grunge…

Da tempo a Roma viene associato il cantautorato. In voi la musica è la componente principale: pensate che la scena odierna sia davvero rappresentativa della città? C’è solo cantautorato o anche molto altro che viene soffocato dalla tendenza a coccolare tale luogo comune?
V: No, non viene soffocato, è che chiaramente i numeri fanno il successo, quindi se tanta gente, in un certo momento, adora un certo tipo di musica, vuol dire che deve andare così, non si può forzare la mano.

Ci piacerebbe che emergesse un artista romano per cui la musica è altrettanto importante quanto lo è per voi (e per noi)…
V: Ma uscirà!
P: Credo che la situazione sia abbastanza meritocratica, negli ascolti della gente, nessuno obbliga nessuno ad andare a vedere un concerto, se fa quei numeri, vuol dire che è cosi… e qui si potrebbe aprire un discorso enorme…
V: Se in Italia si vota Berlusconi, ti prendi Berlusconi, funziona così…

Citate un artista che stimate o con cui vi piacerebbe collaborare, non necessariamente tra quelli nuovi – Non diteci Lo Spinoso, sarebbe ovvio, aprendo i vostri concerti…
P: Diciamo che con quelli con cui volevamo collaborare, abbiamo collaborato. Come dicevamo prima di Umberto e Davide, gli incontri avvengono anche naturalmente, per tutta una serie di congiunzioni astrali.
V: A noi piacciono molto i Colle Der Fomento, che sono ancora una colonna portante della musica romana. Sto pensando anche a qualcosa di nuovo, che sicuramente c’è, ma al momento non mi viene in mente.

C’è molta attesa per il vostro ritorno, si sente nell’aria. Avete anche voi la stessa percezione? La sensazione che provate è – vi diamo due opzioni – da ‘Carro del vincitore’ oppure ‘Orgoglio del paese’?
P: Marzullo!

Marzullo non è in grado di fare una domanda così!
P: Quando dici che c’è molta attesa, mi sembra che siano tutti tesi tranne noi. Siamo presi bene perché abbiamo fatto un disco un po’ diverso dal solito, ci saranno un po’ di sorprese e quindi c’è più curiosità di vedere cosa succede, piuttosto che “speriamo che piaccia”, siamo contenti perché questa è una cosa che volevamo fare da tempo.

Visto che fate i diplomatici, ci andiamo più a fondo: la città di Roma è fiera di avere un gruppo come il vostro, ma quando si arriva ad un certo livello, spesso ci si trova circondati da più amici, o presunti tali. Intorno a voi c’è più gente che tenta di saltare sul carro o più gente che, con affetto sincero, vi considera un orgoglio tutto romano?
P: Dall’interno è sempre difficile capire quello che ti accade intorno.
V: A me sembra sempre un miracolo il fatto che andiamo in giro, facciamo concerti e vengono a vederci, non ci consideriamo poi così arrivati. Mi sembra sempre che la cosa debba essere ancora raggiunta e che potremmo dare ancora tanto per la musica in Italia, per poter rappresentare il rock contemporaneo. Infatti, mi piacerebbe molto, in questo senso, se riuscissimo a rappresentare il rock italiano, ma non nell’accezione un po’ noiosa, di quel rock intriso di politica o di cantautorato. Mi piace proprio l’idea di rock alla Jack White. Un gruppo dovrebbe poter rappresentare qualcosa di innovativo e contemporaneo, invece il rock, per l’Italia, rappresenta sempre qualcosa di un po’ anni ’80…
P: Quanti cloni degli Afterhours, poi, sono usciti…
V: Al rockettaro italiano piacciono i Foo Fighters, diventati un po’ come i gruppi metallari anni ’80, un classic rock col muro di chitarre, non c’è quell’eccitazione che ti porta a fare qualcosa di strano…
P: Come nei primi dischi!
V: Sì! I primi dischi sì che erano figli dei Nirvana, veramente, cazzo!

Sapete che si potrebbe azzardare che di pari passo con la vostra affermazione, a Roma si siano moltiplicati i duo batteria/chitarra? Si è anche discusso della necessità che si fa scelta, dell’abbattimento dei costi, per musicisti e locali…
P: La cosa che dicevamo noi nelle prime interviste…

Quindi voi, in realtà, avete contribuito ad ammazzare un sacco di bassisti, ve ne rendete conto?
P: Ci sarà la rivincita, si vendicheranno…

Non escludete, in assoluto, in un futuro, di ampliare la formazione in maniera stabile?
V: Nel disco il basso c’è e vedrai che bassista c’è stasera (Francesco Pacenza – n.d.r.)…!

 

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