Intervista


Daniele Coccia Paifelman – (Foto di Paola Panicola)

Daniele Coccia Paifelman: la musica, una passione e un’esigenza

Il prossimo, importante appuntamento con Daniele, il 17 marzo al Dissesto Musicale a Bagni di Tivoli, per cercare di informare e sensibilizzare contro il Tmb, gli inceneritori e il cementificio, che fanno della zona una delle più colpite dai tumori, nel Lazio

Daniele Coccia Paifelman ha pubblicato il suo esordio come solista, Il cielo di sotto (La Grande Onda, 2017 – Recensione di Lester qui), lo scorso autunno. Da poco è uscito un singolo, La città dell’aria, dedicato al grave problema dell’inquinamento nella sua città d’origine, Guidonia Montecelio. Nel frattempo sta lavorando al nuovo album de Il Muro del Canto. Noi di Lester lo abbiamo incontrato ed intervistato qualche giorno fa.

Da cosa nasce l’esigenza di fare un disco solista? Come nasce il cielo di sotto e perché questo titolo?
Il cielo di sotto parte da molto lontano. Suonavo ancora con i Surgery e, contemporaneamente, ho scritto un disco di canzoni d’autore che poi ho lasciato nel cassetto e i pezzi che lo compongono ogni tanto li suono nei live. L’ultima canzone di quel disco è stata Luce mia, che in seguito ho registrato con Il Muro del Canto, che nel frattempo mi ha assorbito totalmente, suonando ininterrottamente negli ultimi otto anni. Adesso quel disco nel cassetto mi sembrava un po’ datato, inoltre lo avevo fatto tutto da solo, era un disco elettro-acustico.
Mi è rimasta però la voglia di scrivere canzoni che avessero un linguaggio diverso da quello del Muro, che è un linguaggio più popolare e un po’ per tutti. Volevo scrivere invece un disco che fosse più per me stesso e volevo trattare anche altre tematiche. La scelta del titolo invece è stata una scelta d’immagine, era quella più forte che c’era nel disco e rappresenta uno stravolgimento dei sensi, mi piaceva confondere un po’, ma non c’è una ragione più profonda dietro.

Le tue canzoni sanno sempre essere molto profonde, sia che parlino di amore che di altre tematiche. Di recente ne hai scritta una, La città dell’aria, sulla città in cui sei cresciuto, Guidonia Montecelio. Cosa sta succedendo lì?
Appena ho saputo, verso Natale, che avrebbero dissequestrato il Tmb (“trattamento meccanico biologico” dei rifiuti autorizzato fino al 31 dicembre 2024 – n.d.r.), in una zona come la nostra già inquinatissima, mi sono sentito impotente, così mi sono chiesto cosa avrei potuto fare e la prima soluzione è stata “faccio una canzone”, però mi dovevo sbrigare. Infatti le autorità competenti hanno preso questa decisione a Natale, la solita cosa all’italiana, perché la gente è distratta in quel periodo, quindi ho pensato di diffondere in rete questa canzone sul finire delle feste. Il video ha avuto molte condivisioni e visualizzazioni, perché comunque la nostra è una zona grande, solo Guidonia da sola fa 98 mila abitanti ed è il terzo comune del Lazio, poi nei dintorni ci sono il comune di Tivoli o anche quello di Sant’Angelo Romano, parliamo quindi di quasi 200 mila persone interessate da questo impianto e dalle sue conseguenze su ambiente e salute. Purtroppo è un po’ un comune dormitorio, manca l’unità che magari in altri posti più piccoli c’è e penso a Riano, dove i cittadini si sono barricati per protestare contro la discarica. Invece qui è necessario fare di più e in questo ultimo periodo abbiamo manifestato due volte. Ci sarà anche un concerto il 17 marzo al Dissesto Musicale a Bagni di Tivoli, per cercare di informare e sensibilizzare contro il Tmb, gli inceneritori e il cementificio, che fanno della zona una delle più colpite dai tumori, nel Lazio.
Il romanesco in La città dell’aria è stato scelto istintivamente e questo la fa sembrare un po’ una canzone del Muro, oltre al fatto che ho coinvolto Eric Caldironi alla chitarra e Alessandro Marinelli alla fisarmonica, anche loro della zona, perché Alessandro è di Guidonia e Eric di Tivoli.

Quindi pensi che la musica in casi come questi possa ancora avere la sua efficacia?
Lo spero. Alla fine vincono i ricorsi, gli avvocati, i soldi, ma se tu fai un comunicato stampa per spiegare bene tutto, ti ci vogliono pagine e pagine che difficilmente vengono lette e recepite da tutti, una canzone in due minuti e mezzo la ascolti e senti ciò che dice, la si fa girare e magari si sensibilizza e informa anche chi non ha voglia o tempo di approfondire. Anche alle manifestazioni l’abbiamo cantata ed è stato forse il momento più intenso.

Nel tuo album ci sono due cover, Roma è una prigione, di Patty Pravo, e Un blasfemo di De André. Perché proprio questi due artisti?
Ho scelto Roma è una prigione soprattutto per la canzone in sé. È un pezzo che non conoscevo prima di tre o quattro anni fa e quando l’ho ascoltata mi sono accorto che aveva un sound molto vicino e adattabile al mio gusto e stile, perché parla di Roma e tocca tematiche che si sposano col tipo di scrittura che io adotto.
Invece Un blasfemo l’ho scelta soprattutto per l’artista. È un brano che già suonavo con i Montelupo per l’accenno alle vittime degli abusi in divisa. Avevamo l’arrangiamento già pronto, era una canzone che sentivo in maniera molto intensa mentre la suonavamo dal vivo, così l’abbiamo messa nel mio disco. Cantare De André però per me è quasi una cosa eretica, non ho neanche visto il film e non lo voglio vedere né sentirne parlare, però sono contento che lo abbiano fatto.

Un brano che mi è piaciuto tantissimo è Giustizia sommaria, che è tratto dalla tua prima raccolta di poesie, Resistenza da camera, e chiude l’album in maniera suggestiva e quasi cinematografica. Come mai hai scelto di far finire il disco con un pezzo del genere, che si discosta da tutti gli altri?
Perché in realtà volevo parlare un po’ di più, perché le canzoni comunque sono molto legate alla metrica, alla musicalità e in quei quattro minuti possono esprimere, tra virgolette, molto meno di un testo recitato, nel quale invece puoi fare come vuoi. Una canzone, per essere commestibile all’orecchio, deve essere canonica, mentre lì potevo dire quello che volevo e c’era questa poesia che era un po’ un viaggio, quasi un romanzo, è un po’ metafisica, parla del paradiso, parla di religione in modo molto ironico e ci ho visto qualcosa di Bukowski nella crudezza dell’immagine finale. Inoltre era quella un po’ più recepibile ed era un modo per parlare del mio libro, per provare a far venire la curiosità a qualcuno, ma non è venuta in realtà, la poesia non è molto amata. Preferiscono dirti “poeta” quando canti, poi quando scrivi poesie preferiscono dirti “a cantante!”.

Il disco è solista, ma in realtà c’è sempre una band che ti accompagna. Chi sono i musicisti che hai scelto per la registrazione e poi per i live?
Il disco l’ho scritto con Eric Caldironi, già chitarrista nel Muro del Canto, l’ho registrato con lui insieme all’apporto di Francesco Grammatico che era il proprietario e tecnico dello studio, ma anche un musicista, quindi abbiamo arrangiato tutto insieme. Invece dal vivo, all’inizio del tour Eric è venuto con noi, ma poi ha lasciato il posto ad Antonello D’Angeli, poi c’è Leonardo Angelucci alla chitarra, al basso c’è Matteo Troiani e Tommaso Guerrieri alla batteria. Loro quattro suonano già insieme in un gruppo che si chiama Lateral Blast e suonano anche nel progetto di Leonardo Angelucci. Dal vivo abbiamo un approccio molto più rock e dinamico che su disco e mi sto trovando molto bene con loro, perché sono giovani, hanno voglia di fare, come me sono ragazzi di paese, quindi io con i ragazzi di paese mi trovo molto meglio, perché hanno un senso di originalità che in provincia si coltiva meglio, in quanto essendoci pochi musicisti, non c’è quella competizione che c’è a Roma o in altre grandi città, dove poi magari si tende a copiarsi. Invece dai paesi escono tanti gruppi originali. Inoltre nei paesi c’è una genuinità fuori dal comune, senza nulla togliere a tutte le belle persone che conosco in città.

A proposito di Roma, cosa ne pensi? Cosa sta diventando questa città per chi ama, fa e vive la musica? Cosa offre?
Io sto notando che Roma sta crescendo molto e tanta musica di Roma esce fuori dai suoi confini, arrivando al resto dell’Italia. Rispetto a dieci anni fa la rotta si è invertita, tutto arrivava dal Nord. Da una parte sono contento, anche se secondo me c’erano più cose buone dieci anni fa, anche se poi magari non si diffondevano altrove, rispetto ad ora, però è anche una questione di moda. Roma è una città gigantesca, una “nazione”, c’è tutto, forse troppo. Io devo tutto a Roma, se andassi in un’altra nazione non sarei niente come musicista e anche restando solo a Roma, puoi sentirti molto realizzato. Ho suonato dappertutto in Italia, ma alla fine è Roma la casa, anche se con questa città ho un rapporto molto conflittuale, perché è un disastro.

A che punto è il nuovo lavoro del Muro del Canto?
Il disco del Muro praticamente è finito, stiamo lavorando intensamente e bene, io sono contento e lo sono anche gli altri.

Hai in mente un seguito per questo esordio da solista?
Non lo so, non so come andrà, non so se fermarmi o fare un altro disco, magari ci vorranno tanti anni, perché comunque è difficile ricominciare da capo, però dall’altro lato so che se mi fermo si dimentica un po’ il percorso, perciò in teoria, finito il disco del Muro, dovrei cominciare a registrare altre cose, che già ho, però poi dopo, dato che il tour del Muro sarà intenso, non so se troverò il tempo per portarlo in giro, quindi è complicato. Fosse per me farei un disco con tutti e quattro i progetti che ho in piedi (Montelupo, Surgery, Muro del Canto, Daniele Coccia Paifelman – n.d.r.), ma la vita è una sola, il tempo è quello che è. Un conto è fare le cose a vent’anni, un altro a quaranta.

Intervista raccolta da Ilaria Pantusa