LESTER PIÙ #7

LESTER PIÙ – I Sensi si mischiano e si confondono, si assegnano ruoli inediti e subentri. L’udito che non ha mai visto, ci vede di più. Che si tratti di Letteratura, Cinema o Arti Figurative, abbiamo una patologia, che ci costringe nell’essere Umani curiosamente completi, che si muovono in ampi spazi culturali. Solo che, ogni volta che fronteggiamo un’opera d’arte, abbiamo una colonna sonora ad hoc che parte. Autonoma. Soprattutto a Roma. Tranquilli: contiamo anche di segnalarvi gli eventi che provocano grandi acuti della nostra disfunzione. Per sentirsi meno soli. Rubrica a cura di Marco Pacella e Angelo D’Elia

 

Detroit & Only Lovers Left Alive
Di come l’arte migliore fuoriesca da contesti di sofferenza e disagio

L’uscita in sala di Detroit, a 50 anni dalle rivolte che nel ‘67 scossero la Motor City dalle fondamenta, segna il ritorno in grande stile dietro la macchina da presa di Kathryn Bigelow – che già aveva fotografato alla perfezione l’ansia e la violenza sociale di un decennio che ci avrebbe portato all’inizio di un nuovo millennio, in quel capolavoro della distopia che era Strange Days (1995) – e ci dà la possibilità di fare alcune considerazioni su una delle città più controverse dal punto di vista sociale e più prolifiche dal punto di vista musicale, e su come sia stata rappresentata sul grande schermo in questi ultimi anni.

Se la musica, e in generale l’arte migliore esce fuori da un contesto di sofferenza e disagio, la città di Detroit è l’esempio lampante di tale tendenza. Costruita sull’onda del miracolo dell’industrializzazione, dove Henry Ford sperimentò l’espressione del nuovo capitalismo rampante implementando nelle sue fabbriche il modello della catena di montaggio, Detroit prese subito la forma di un esperimento economico e sociale.
Tagliata nettamente in due da un’imponente rete stradale dove far sfrecciare le macchine prodotte in fabbrica (la famosa 8 mile road), per dividere, topograficamente, la zona periferica dei bianchi benestanti, da quella centrale dei lavoratori di colore: una città letteralmente fondata sulla segregazione.

Se New Orleans e lo stato del Mississippi possono considerarsi le radici del vasto e secolare albero musicale degli Stati Uniti, l’Interstate 75 è il tronco che collega quelle radici direttamente alla città di Detroit. In molti, attirati dalla promessa di denaro e di una vita migliore rappresentata dalla fabbrica, abbandonarono le campagne e percorsero la ’75 portandosi dietro tutto il loro bagaglio di tradizione. Tra questi, anche un giovane e squattrinato John Lee Hooker che, arrivato in città, adattò il suo stile alla nuova realtà. Se nel Mississippi, a dettare il tempo era il lento ed imponente suono dei treni merci in partenza, ora a scandire il ritmo della vita era il suono più frenetico e costante della catena di montaggio. John Lee Hooker riproduceva sulla sua chitarra il suono della macchina che stritolava ed opprimeva i suoi fratelli.

Ed è proprio di questa “Macchina” che ci parla il film della Bigelow, immergendoci nei riots del ’67, in una Detriot in cui la tensione razziale è ormai al punto di rottura, con un rigore formale raggiunto forse soltanto dal Gillo Pontecorvo de La Battaglia di Algeri (1966). Tra i vari personaggi della pellicola, quello che ci interessa è Larry Reed che, allo scoppiare della rivolta, sta per esibirsi con la sua band, i The Dramatics (un nome un destino) nella speranza di stipulare un contratto con la Motown. Quel miscuglio di rock n’roll, blues e gospel riletto in salsa pop, che era segno distintivo del sound Motown, era ciò che riusciva ad abbattere le barriere della 8 mile road e ad unire le razze nel ballo e nel divertimento. Dopo le angherie e le violenze subite (che non sto a raccontarvi, perché DOVETE andare al cinema) dalle forze di polizia, Larry deciderà di lasciare la band, perché un contratto con l’industria discografica vuol dire oliare gli ingranaggi di un sistema che osteggia l’integrazione, schierandosi dalla parte dei più forti (come si vedrà nelle tristi scene del processo finale). Deciderà di isolarsi da questa realtà, ritornando alle radici, alla purezza e alla spiritualità del gospel, unendosi al coro della chiesa di Detroit.

Proprio questo isolamento ci collega ad un’altra pellicola, che fotografa la città in uno dei suoi momenti più bui.
Nel 2013, il “miracolo economico” crolla su se stesso: la città di Detroit dichiara bancarotta. Il centro è soggetto ad un fenomeno di spopolamento senza precedenti, facendolo assomigliare sempre più ad una città fantasma. In questo scenario desolante, Jim Jarmush decide di orchestrare la sua parabola sul valore della memoria e sull’eternità dell’arte.
Only Lovers Left Alive (2013, appunto) vede protagonisti Adam ed Eve, vampiri, esseri millenari ed immortali, isolati dal resto della massa di noi umani (ci chiamano “zombie”), lontani da ogni tipo di contesto sociale, politico o economico. Loro unico scopo, la preservazione dell’arte, tramite l’accumulo compulsivo di dischi, libri, strumenti musicali e di ogni altro tipo di testimonianza concreta. Si aggirano solitari tra le macerie della Motor City, hanno una visione totale dell’arte: per loro Mozart ed Eddie Cochran hanno la stessa importanza (hanno assistito all’avvento di entrambi…). Sono autosufficienti – si procurano sangue “pulito” in ospedale – e vivono rinchiusi nella loro torre d’avorio.  La svolta arriverà quando capiranno che, per sopravvivere, dovranno rigettarsi nel mondo, diffondendo di nuovo il germe dell’immortalità, reclutando nuovi proseliti per la loro missione di conservazione. Perché, se tanta sofferenza e tanta rabbia, nel corso dei secoli, hanno creato prodotti di tale accecante bellezza, è giusto che vadano preservati.
Alla fine dei tempi, quando anche noi saremo estinti, solo l’arte che abbiamo prodotto sopravviverà. (Angelo D’Elia)

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