Reggae / Dub

Don Letts

Don Letts – (Foto di Marco Portanova)

 

Se cerchi una visione totale e globale della musica

04 marzo 2017 – Angelo Mai

LIVE REPORT – La contaminazione, tra culture, stili ed attitudini, è un passaggio fondamentale per la creazione di qualcosa di nuovo e davvero rivoluzionario. Rimanere rinchiusi e protetti nelle rispettive, autoreferenziali e confortevoli nicchie, può essere comodo, non comporta alcun rischio (ed è, diciamolo, anche terribilmente noioso). Ma per interpretare la realtà che ci circonda, per carpirne l’essenza, bisogna mantenere una certa apertura mentale, il che è uno dei principi fondanti su cui si basa qualsiasi tipo di Arte.

Da queste parti, questo piccolo assioma è legge, quindi non potevamo non presenziare alla serata, tenutasi all’Angelo Mai, in onore di uno dei personaggi che più incarna questa visione totale e globale della musica e dell’arte in generale. Don Letts, dj, musicista, filmaker, speaker radiofonico, uomo dal multiforme ingegno che da solo gettò un ponte tra due realtà all’apparenza inconciliabili: quella dei giovani, sporchi ed incazzati punk rockers delle periferie londinesi, e quella delle prime generazioni di black british, figli d’immigrati e portatori dello stesso disagio contro il sistema, solo espresso in una forma all’apparenza diametralmente opposta; invece della velocità primitiva delle chitarre distorte, le lente e cadenzate linee di basso del dub/reggae giamaicano.

La serata si svolge con le modalità di un lungo racconto ed inizia con la proiezione di The Clash – Westway to the World, documentario diretto dallo stesso Letts (vincitore di un Grammy Award nel 2003) che fotografa efficacemente la tumultuosa situazione culturale e sociale della Londra a cavallo tra i ’70 e gli ’80, e l’ascesa di una band, i Clash, che per influenza ed impatto culturale fu definita da molti come “The only band that matters”.

La storia ripercorsa è ormai nota a tutti: i primi furori, il tour con i Sex Pistols, l’incontro con Don Letts, l’apertura degli orizzonti musicali attuata in dischi come London Calling, il monolitico Sandinista! e Super Black Market Clash, la fama, i primi contrasti nella coppia Strummer/Jones, l’egomania del manager Bernie Rhodes, la fine. Il tutto condito con interviste e filmati d’epoca, rigorosamente in super 8, che contribuiscono a dare quella patina di sporcizia tipica dell’estetica punk (che lo stesso Letts ha contribuito a creare). Fa ancora un certo effetto vedere il sorriso caustico di Joe Strummer quando ricorda gli ultimi tempi nella band…

Segue Quando avrò 64 anni, piccolo poema in musica (rigorosamente in levare) e parole, ad opera di Alberto Castelli & Duccio B (One Love Hi Powa), che ripercorre, tra aneddoti e suggestioni, la storia del reggae nella capitale d’Albione in quel fatidico anno che fu il ’77, e che funge da perfetta introduzione all’entrata in scena di mr. Rebel Dread in persona: Don Letts.
Ad intervistarlo, lo stesso Castelli e Giorgio Battaglia, figura storica per la diffusione del reggae in Italia.

Già alla sua entrata, Letts sa perfettamente come impadronirsi della scena e, dall’alto della sua esperienza da regista e video maker, sa come mettere in scena un racconto. Si aggira per la sala, come percorso da un costante flusso di elettricità, alterna inarrestabili flussi di parole ad altrettanto eloquenti pause – quello che tenta di fare Celentano da 30 anni a questa parte, con scarso risultato (questo lo dici tu – N.d.R.) -, coinvolgendoci nel racconto di un’epoca entusiasmante da vivere in prima persona, in cui “c’era sempre qualcosa da fare”. Si evince, soprattutto, come questa unione tra due stili agli antipodi sia avvenuta quasi per caso (“It was an accident” dice Letts quasi ridendo), semplicemente perché, ai tempi, sembrava la cosa più naturale e logica da fare. Emblematico, in questo caso, uno dei tanti aneddoti snocciolati da Letts: il giovane Don in una camera d’albergo a Londra, di fronte a lui Sua Maestà Bob Marley (in città per registrare Exodus). Attraverso una spessa coltre di fumo di ganja (“I used to sell him weed”, racconta Letts) si trovano a parlare del fenomeno di questi giovani punks, che Marley definisce come “straccioni bianchi con i pantaloni strappati”. Don, visibilmente irritato si gira e se ne va non prima di aver detto ad uno stupito Marley “io vado da loro, secondo me, hanno qualcosa da dire…”. Fu l’inizio di una rivoluzione. (Angelo D’Elia)

 

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