Recensione


Filippo Gatti – (Foto di Lucrezia Testa Iannilli)

Ad averne di Filippo Gatti…

Ascolta il disco La testa e il cuore 
(Lapidarie Incisioni, 2017)

RECENSIONE – Il mio 2017 si chiude con la recensione dell’ultimo album di Filippo Gatti: ex mente degli Elettrojoyce, che pubblica il suo terzo album solista in 12 anni. Filippo Gatti è uno degli “ultimi romantici”, figlio di un cantautorato considerato ormai utile solo alle serate revival, quello ricercato, figlio di Dalla. Gatti, oltre alla sua produzione, sempre nella sua casa/studio nella Maremma, si è occupato in tutti questi anni delle collaborazioni con artisti di ogni estrazione musicale, dal Banco del Mutuo Soccorso a Marina Rei e della produzione di Riccardo Senigallia, suo grande amico e Bobo Rondelli.

Filippo Gatti rispecchia un’idea di artista che si è persa, all’interno di questa scena romana, in cui un Galeffi qualsiasi, con delle canzonette sospese tra il nulla e il pop americano più becero, ti spaccia un prodotto inutile per Britpop e, con un prodotto palesemente scadente, riempie un locale di gente che non lo ha neanche sentito nominare, ma che è lì perchè “ci vanno tutti, quindi anche io”, cosa molto di moda, purtroppo.

Questo terzo album, La Testa e il Cuore, nato in sinergia con Lucio Leoni, esce a cinque anni da Il pilota e la cameriera; quando uscì il disco appena citato, ebbi la possibilità di intervistare Gatti e lì, in una chiacchierata di un paio d’ore, mi disse che aveva scelto il nome dell’album non a caso, ma riflettendo su cosa significhi essere un cantautore. Gatti sosteneva che un’artista deve essere sia un pilota, per guidare l’ascoltatore, ma anche cameriera, cioè essere a servizio dell’ascoltatore stesso. Ne La Testa e il Cuore il discorso rimane lo stesso: Gatti invita chi lo ascolta ad usare la testa, in canzoni come Il Re di Lampedusa laddove si tocca un argomento delicato e doloroso come quello dell’immigrazione e delle tragedie in mare, ma ci invita anche a conoscere ciò che a lui sta a cuore, come in Amore Perdonami, pezzo dedicato alla moglie. Filippo Gatti non ha mezzi termini, non si nasconde dietro le citazioni per giustificare le sue scelte musicali, piuttosto ti dice che non ha la più pallida idea del perché lo abbia fatto. Cosa che denota una profonda umiltà personale.

Onestamente, questo disco, non mi ha fatto impazzire, non mi ha preso come altri suoi lavori, ma è innegabile la perfezione degli arrangiamenti e la raffinata fonia. Probabilmente non lo ascolterò come altre creazioni dell’artista romano, oppure lo capirò solo tra qualche tempo e diverrà il mio preferito di sempre, ma in un’epoca in cui uno come Calcutta si prende 5000 euro per scrivere una playlist di merda per un evento di capodanno a cui neanche si presenterà, dico: ad averne di Filippo Gatti… (Simone Vinci)

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