ELETTRONICA


Meds – (Foto di WhiteNoise)

Intervista al gruppo romano: Call Me White è il primo videoclip, a firma Marco Mori
IDM, glitch ma incastrato nella forma-canzone: “Spesso l’elettronica si riduce ad un pulsante e noi vogliamo smontare questa cosa creando gli strumenti che ci permettano di suonarla”


di Stefano Capolongo

INTERVISTA – È da poco fuori Call Me White, il primo videoclip dei romani Meds, band che sta cercando di aprire una fessura nel terreno ancora fertile e giovane dell’elettronica italiana. Realizzato dal 3D artist tedesco Marco Mori, il video in motion design parla di inquietudine, alienazione, duplicità e progresso. IDM, glitch e una sofisticata vena indie sono le coordinate per entrare nell’universo (tutto in divenire) dei Meds. Li abbiamo incontrati al Lanificio 159 nella prima domenica ‘da mare’ della stagione alle prese con un nuovo videoclip.

Prima di tutto sono curioso di sapere cosa stavate facendo qui prima del mio arrivo.
Abbiamo registrato un videoclip live per Pop-Up live session. È un nuovo format che verrà inaugurato il 24 giugno proprio con la nostra esibizione. Ci saranno 10 band emergenti le cui esibizioni live verranno caricate online con cadenza settimanale. Davvero un bel progetto.

Parlando di videoclip non posso fare a meno di collegarmi al vostro, quello di Call Me White, uscito recentemente. Non ho potuto fare a meno di creare un ponte tra questo e il lavoro di Oneohtrix Point Never e Takeshi Murata, parlo ovviamente del clip di Problem Areas. Come è stato collaborare con Marco Mori?
Ti racconto subito un aneddoto. Noi non lo conoscevamo e quando lo abbiamo contattato non sapevamo quanto famoso fosse. Successivamente ha realizzato un video per la Nike ed è cresciuto tantissimo, quindi ci riteniamo molto fortunati ad averlo intercettato nella sua fase di evoluzione. Gli abbiamo scritto e lui ha amato subito il pezzo. Abbiamo deciso il budget e abbiamo trovato un punto d’incontro sul minimalismo (un po’ per necessità e un po’ per gusto). Nonostante il successo, quindi, si è dimostrato molto professionale venendoci incontro in ogni modo.

Una curiosità: il personaggio nel video non ha volto. Come mai questa scelta?
Non è un richiamo a niente di particolare ma ha un significato inerente al testo. Call me white è incentrata su quel momento specifico in cui davanti ad una decisione ci si divide in due. Una sorta di sdoppiamento della personalità che non è un fenomeno psicologico ma una caratteristica semplicemente insita in ognuno di noi. Questo, portato sul piano dei rapporti interpersonali conduce ad una perdita di identità dal momento che in molte occasioni non si riesce ad essere se stessi.

Oltre a questa collaborazione ce ne sono state altre. Addirittura Lyon! Quanto esse hanno influito o hanno modificato quello che avevate già in mente?
In termini pratici a livello musicale abbiamo sempre fatto tutto da noi ma nel nostro percorso esse ci hanno condizionato soprattutto sul piano della mentalità. Collaborare con Lyon ci ha fatto inquadrare meglio le canzoni e comprenderne le relative strutture. Esse devono avere una forma che deve essere prima di tutto comprensibile. Forconi ci ha aiutato moltissimo nel comportamento in studio per lavorare sul brano senza divagare con gli arrangiamenti e Jimbo Barry ha curato la parte del mix insegnandoci cosa significhi la qualità.

Come si configura la scelta del total white in un periodo in cui si vive di toni caldi e immagini ‘instagrammabili’ e nostalgiche?  È sinonimo di completa rottura o si lega comunque al contesto attuale?
Noi mettiamo in primo piano la musica. Durante i live scegliamo di non diventare dei personaggi, al contrario quasi non ci vediamo perché immersi nei visual e nella creazione del sound. Pensa che la prima volta che abbiamo usato le magliette bianche era perché ci servivano per farci proiettare addosso, quindi era tutto funzionale allo spettacolo, di certo non per apparire. Poi dietro c’è una scelta estetica che volente o nolente è di rottura. Andando ai nostri antipodi pensiamo al barocco della Dark Polo e siamo convinti che sia fondamentale essere, in un certo senso, alternativi.

Sul piano strettamente musicale non posso fare a meno di cogliere alcuni riferimenti puri alla IDM ed elettronica come oltre ai già citati Oneohtrix Point Never, Jon Hopkins, John Maus, Jenny Hval. Ad essi si unisce spesso un piglio che ricorda le produzioni più recenti di Steven Wilson (soprattutto per gli hook cantabili). Vi riconoscete in questo?
In realtà hai trovato un bel punto d’incontro. Gli artisti che hai nominato, Hopkins su tutti, li stimiamo tantissimo. Anche Wilson, seppure non avendolo mai preso come riferimento preciso tra noi è un nostro ascolto perciò viene naturale che qualcosa di lui compaia nei brani. L’approccio elettronico è esattamente quello: IDM, glitch ma incastrato nella forma-canzone. In questo, ad esempio, Jon Hopkins è lontano anni luce. Proposte simili alle sue sessions da 8 minuti in Italia sarebbero un suicidio artistico. Noi scriviamo elettronica e preferiamo mettere sempre al centro la canzone.

E la dimensione live?
Diamo più spazio al flusso, cerchiamo di unire tutte le canzoni in una sorta di formula dj set ma senza roba di altri. Il contenuto è un continuo flusso tra elettronica, ambienti e situazioni ballabili.

Siete pronti per Spring Attitude insomma.
Eh magari! Per il prossimo anno non sarebbe male.

Parlando di festival mi collego alla situazione romana, che poi è quello di cui si occupa LESTER. Secondo voi come è cambiata la scena, in che direzione va e quanto vi ci sentite dentro?
Personalmente noi non siamo dentro questa scena ma ciò non vuol dire che la disprezziamo. Siamo nel mondo della musica da parecchio tempo e sappiamo che se si trova un modo per emergere va stimato. Noi cerchiamo di colmare una mancanza nella scena italiana o romana che è quella di un’elettronica di un certo livello. A noi piace ascoltarla e farla e qui in Italia dove non abbiamo ancora una vera e propria ‘scena’. Da un punto di vista di mercato essa è saturissima di band che tutto sommato fanno le stesse cose e se questo non è un problema tuttavia determina un processo che porta alla diminuzione della qualità.

In tutto questo la scelta della lingua inglese c’entra con questa volontà o è semplicemente un escamotage di natura tecnica?
Non è questione di capacità, il nostro cantante scrive e canta meravigliosamente anche in italiano. Semplicemente quando ci siamo trovati tra le mani alcuni brani anche in italiano ci siamo resi conto che l’approccio e la mentalità che suggerivano erano di respiro internazionale e di puntare ad esso non ci vergogniamo. Non farlo avrebbe significato tarparci le ali.

Vedendo il vostro sito, che già di per sé rappresenta una scelta coraggiosa, mi ha colpito molto la scelta tra in e out. Io ho cliccato su out e mi sono trovato in un paradiso per radioamatori. Come mai questa scelta?
La bellezza è che non esiste un perché. Quando abbiamo progettato il sito mi piaceva l’idea di avere un pulsante di uscita perché era come se si entrasse da una porta e voler trovare la porta di uscita di una stanza davanti a te. Cercavo qualcosa che fosse sia divertente che inquietante. L’inquietudine c’è sempre in quello che facciamo, anche i brani che sembrano più freschi recano quella vena di inquietudine. Comunque avevamo trovato queste radio russe dismesse che si usavano durante la guerra fredda per le trasmissioni militari e che fanno questo rumore bianco praticamente sempre. Qualche volta durante l’anno però mandano qualche messaggio cifrato e ci siamo detti “no, la dobbiamo mettere!”.

Una velleità alla Public Service Broadcasting.
Esattamente! Poi in futuro pensiamo di cambiarlo per creare anche un po’ di curiosità intorno a questo OUT.

Partite da un mood preciso su cui costruire i pezzi?
Non abbiamo un modus operandi standard, le abbiamo provate tutte. Ciò ci mantiene freschi ma è anche un limite perché ci rende incerti. Partiamo un po’ lenti e la composizione prende il via quando inquadriamo il pezzo. Il punto di partenza è vario; il punto dove vogliamo arrivare è comporre suonando elettronica, arrangiare i brani live. Spesso l’elettronica si riduce ad un pulsante e noi vogliamo smontare questa cosa creando gli strumenti che ci permettano di suonarla, i software che usiamo ce lo permettono. Il metodo cambia radicalmente il prodotto anche a seconda del software che si usa e abbiamo capito quante possibilità offrano.