LESTER PIÙ #11

LESTER PIÙ – I Sensi si mischiano e si confondono, si assegnano ruoli inediti e subentri. L’udito che non ha mai visto, ci vede di più. Che si tratti di Letteratura, Cinema o Arti Figurative, abbiamo una patologia, che ci costringe nell’essere Umani curiosamente completi, che si muovono in ampi spazi culturali. Solo che, ogni volta che fronteggiamo un’opera d’arte, abbiamo una colonna sonora ad hoc che parte. Autonoma. Soprattutto a Roma. Tranquilli: contiamo anche di segnalarvi gli eventi che provocano grandi acuti della nostra disfunzione. Per sentirsi meno soli. Rubrica a cura di Marco Pacella e Angelo D’Elia

 

Swinging London – Le rivoluzioni vanno affrontate con l’esuberanza dei 20 anni

Esistono, nella storia dell’Arte, di tutte le arti, dei precisi momenti storici, legati a determinati luoghi e personaggi, destinati ad imprimere una radicale quanto necessaria svolta allo stato delle cose. Una potente scossa tellurica proveniente dal basso, che scuote e distrugge l’antico palazzo delle convenzioni e delle istituzioni, per ricostruirlo dalle fondamenta, con spirito di rottura e, sì, una buona dose d’incoscienza (le rivoluzioni vanno affrontate con l’esuberanza dei 20 anni).

Da questo punto di vista, la Londra della metà degli anni ’60 (la cosiddetta Swinging London), come impatto e portata rivoluzionaria sulle ere a venire, come coacervo di cultura e di menti allo stesso tempo folli e geniali, non ha nulla da invidiare alla Firenze medicea. Anch’essa è stata ormai storicizzata, ha una sua definita mitologia, un’iconografia che la caratterizza ed una enorme eredità da tramandare ai posteri fino alla notte dei tempi.
Per chi avesse dimenticato quella stagione colorata ed entusiasmante, My Generation – bel documentario diretto da David Batty, uscito in sala per pochi giorni – è un ottimo modo per rinfrescarsi la memoria. A guidarci in questo movimentato viaggio, un Virgilio d’eccezione: sir Michael Caine (anche produttore dell’operazione), che ci racconta dal suo punto di vista il fermento di quegli anni irripetibili.

Caine era uno dei tanti giovani, figli del secondo dopoguerra, appartenente ad un proletariato voglioso di riscatto, in un’Inghilterra ingrigita nei costumi e fossilizzata in un rigido classismo. Una spinta al rinnovamento era nell’aria, dopo tutti gli anni di fustigata clausura, e quando tutti questi giovani cockneys insoddisfatti si ritrovarono nella Grande Città, per le strade, nei piccoli club, nelle scuole d’arte, diedero inizio ad un cambiamento che avrebbe stravolto per sempre le rigide strutture della società e dei costumi britannici (e non solo). Ci dice Roger Daltrey, uno delle tante voci che intervengono nella narrazione dell’opera: “Quando suonavamo, non sapevamo esattamente cosa stessimo facendo, ma era come liberare una bestia feroce e, alla fine, l’unico modo per fermarla era distruggerla”, e credo questo possa spiegare chiaramente quale fosse lo spirito dell’epoca.

Si tratta, ovviamente, di materia ampiamente risaputa, ma My Generation ha il merito di trattarla in maniera estremamente vitale e coinvolgente, con l’ausilio di footage molto rari uniti ad un “montaggio musicale” di grande impatto. Si passa dalle prime immagini in un rigoroso bianco e nero, che mostrano lo squallore delle fabbriche e dei grigi scenari di provincia, accompagnate dalle canzoni dei Kinks, eroici cantori dell’uomo medio. Pian piano nelle immagini comincia ad affiorare il colore, con gli Animals di We gotta get out of this place, vera dichiarazione d’intenti. I colori si fanno sempre più saturi, mentre un coro di voci di illustri esponenti del movimento – dal fotografo David Bailey (che ispirò Michelangelo Antonioni per Blow Up, la miglior rappresentazione cinematografica della Swinging London), alla stilista Mary Quant (inventrice della minigonna), fino a sir Paul McCartney in persona – ci illustra, con testimonianze e stuzzicanti aneddoti, come le cose cambiavano e si evolvevano ad una velocità impressionante, sulle note degli Small Faces in acido di Ogden’s Nut Gone Flake. Il finale, ovviamente, è tutto per i Fab Four, con il delirio psichedelico di luci, colori e suoni di Tomorrow Never Knows.

Un rassicurante amarcord per i vecchi nostalgici quindi, ma anche un invito alle nuove leve a liberare l’inventiva: questi giovani ed incoscienti geni, in quegli anni meravigliosi, rivoluzionarono il mondo con pochi mezzi ma tante idee (e tanta voglia di metterle in pratica). Oggi, la tecnologia fornisce possibilità infinite, ma per farne un uso appropriato, staccatevi immediatamente dal monitor e scendete in strada, andate in giro a trovare chi la pensa come voi, non è mai troppo tardi! (Angelo D’Elia)