Recensione


Odiens

Il secondo album degli Odiens si muove tra voluttà e velleità

Ascolta il disco Long Island Baby 
(Costello’s, 2017)

RECENSIONE – Con il loro nuovo album, Long Island Baby, gli Odiens accolgono in un boudoir opulento. Nove tracce per costruire un immaginario lussurioso, in cui fanno continuamente capolino le ispirazioni musicali della band, dai compositori beat anni ’60 ai Baustelle.

Tra le spiagge californiane e la Parigi della Nouvelle Vague, in Long Island Baby si avverte una massiccia presenza di suggestioni musicali, condita da una piacevole dose di ironia e da una sensualità che, a tratti, rischia di essere viscosa, forzata, come dimostra il brano di apertura, Ménage à Trois (meno due). Gli anni ’60 emergono prepotentemente anche in Punjabi Surf, bella e fresca, con le sue atmosfere ‘beach’, nella traccia che dà il titolo all’album e in Atto finale, mentre Notturno si apre con un’ambiziosa intro ai confini con il prog, per proseguire tra frame cinematografici e sferzate rétro.

Con coerenza, anche i testi alternano vintage e arcaismi e, sfiorando il rococò linguistico, Flavio De Cinti canta in Alka Seltzer: «Prendo l’Alka Seltzer e penso a te/Che ti sciogli nel bicchiere, ridi e/Formi una schiuma eterea». La postmoderna fatina dell’assenzio diventa, così, protettrice dell’hangover nell’effervescenza di un farmaco. Un’atmosfera maudit che viene riproposta ne Il ragazzo che soffriva ad oltranza, ma in una dimensione più “camerettistica”, tra struggimenti inenarrabili in stile giovane Werther e riferimenti al pop italiano.

Un lavoro intriso di nostalgia e citazionismo: questo album conferma l’attitudine degli Odiens a mostrarsi snob senza paura di ostentare, tanto nella musica, quanto nei testi («Perché l’amore è ideologia/E ti conviene seguire la mia», L’estremista). Idee non troppo originali si mescolano con una buona esecuzione in questo disco che, messo a “decantare”, lascia solo qualche ritornello in testa e un po’ di amaro in bocca. (Letizia Dabramo)

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