Recensione


Priscilla Bei

L’umore di fondo che si veste di blu: l’esordio di Priscilla Bei

Ascolta il disco Facciamo finta che sia andato tutto bene  
(Lapidarie Incisioni, 2018)

RECENSIONE – L’esordio discografico di Priscilla Bei nasce in casa Lapidarie Incisioni e ne porta dentro lo spirito tutto votato all’originalità degli arrangiamenti, curati dalla stessa Bei con Stefano Tashi Pala, coordinati da Filippo Rea, e alla messa in rilievo dei talenti dei suoi “artisti senza dimora”. Priscilla Bei di talento ne ha molto e si esprime nella sua spiccata sensibilità di cantautrice e nella sua voce elegante e raffinata che non dimentica la formazione jazz ma, anzi, la restituisce in maniera del tutto godibile.
Facciamo finta che sia andato tutto bene è composto da dieci canzoni, di cui una scritta da Nico Maraja (Cose serie), e altre due scritte con l’apporto di Valentina Polinori (Caos) e Lucio Leoni (Doveva succedere).

Salta subito all’orecchio un aspetto che caratterizza tutto il disco e che il quartetto di brani che lo apre riassume alla perfezione, ossia la varietà dei generi musicali a cui la cantautrice si ispira: jazz, reggae, rock elettronico si amalgamano insieme in un sound comunque omogeneo, come se fosse posto anch’esso sotto la luce blu della copertina dell’album, che “illumina”, ma sarebbe meglio dire “riveste”, quel poco che si vede del viso e del busto di Priscilla Bei, come se più che un suono e un volto, avessimo di fronte un umore dell’animo, un rumore di fondo fatto di nostalgia, di una certa amarezza e di melanconia, che però non si arrende del tutto alla tristezza, ma attraverso cui anzi traspaiono insieme la fragilità e la forza.

Colpisce la breve durata delle canzoni, che non arrivano a superare i quattro minuti circa e viene da chiedersi se sia stata una scelta ben precisa oppure se siano semplicemente nate così. Ad ogni modo, in circa trenta minuti Priscilla Bei regala punte di indiscutibile bellezza e classe (Keplero, Faccio a meno, Caos), in mezzo ci mette un brano come Doveva succedere, figlio della collaborazione con Lucio Leoni, che impreziosisce ulteriormente un lavoro di livello indubbiamente alto. Però, c’è un però, perché nel complesso il disco manca della giusta potenza per portare l’ascolto ad un livello ancora più intenso: dopo essere arrivati all’ultimo pezzo (Autostrada), l’impressione è che l’album scivoli addosso lasciando sì sensazioni piacevoli e a tratti davvero profonde, ma nel complesso non risulti così incisivo, per la presenza di brani che fanno calare la tensione (La perfezione, Deserto).
Intendiamoci, è questa una tendenza che è piuttosto diffusa nel cantautorato attuale. Belle canzoni, bei testi, ottimi talenti espressi, ma poche volte si riesce ad essere coinvolti in maniera costante durante l’ascolto integrale del disco.

Quello di Priscilla Bei è, al di là di queste considerazioni, un lavoro che va ascoltato e per l’aspetto puramente godibile della sua musica e per capire in quali direzioni sta andando l’attuale cantautorato italiano e in particolare quello femminile, che finalmente trova sempre più spazio e raggiunge sempre più spesso livelli espressivi notevoli. (Ilaria Pantusa)

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