Intervista


Joe Victor – (Foto di Valentino Bianchi)

Quando suonare è una religione e l’estasi il fine

In occasione di “Note Vocali” allo Sparwasser, la nostra Ilaria Pantusa ha intervistato Gabriele Amalfitano, voce dei Joe Victor. Ecco cosa si sono detti.

In tutto Night Mistakes è molto forte la presenza di certe sonorità della disco music anni ’70, ci sono anche altri gruppi sulla scena internazionale che hanno omaggiato questo genere, penso in particolare agli Arcade Fire con il loro ultimo lavoro. Quando hanno intrapreso questa strada, loro hanno dichiarato di averlo fatto per vedere ballare in maniera scalmanata il pubblico. Per voi qual è la motivazione? Da dove nasce l’andare a ripescare questo genere?
La nostra motivazione non è tanto lontana da quella degli Arcade Fire. Noi abbiamo fatto un primo disco in cui c’erano parecchi generi diversi, anche se molto spesso veniva identificato come un disco folk, ma non c’era solo quello, perché c’era roba anni ’60, cose un po’ più sperimentali, qualche goccia di jazz. E dopo duecento date abbiamo capito che ci piaceva vedere la gente ballare e quindi il nostro bassista, che è un grandissimo fan della disco music, si è messo ad arrangiare i pezzi dando loro questa veste e pure noi ci siamo andati in fissa. È una cosa che piace, perché comunque c’è la melodia, c’è un ritmo che non è ossessivo o depressivo, anzi, è un ritmo che porta verso l’allegria, serve un po’ di allegria in questo tempo.

Non solo disco music, comunque, ma restate affezionati al folk rock. Perché il folk? È un genere che sempre più spesso viene ripreso e direi che è stato quasi riscoperto. Cosa vi aiuta ad esprimere?
Io credo che noi viviamo in un periodo in cui la ricerca di novità si è saturata, questo è un periodo abbastanza nostalgico artisticamente. In passato c’era molta più voglia di sperimentare, di trovare un nuovo linguaggio per dire le cose, adesso siamo al punto che ripeschiamo gli elementi del passato e cerchiamo di reinterpretarli. Creare qualcosa di nuovo non dico che è impossibile, ma è diventato quasi inutile e secondo me non interessa neanche più. C’è bisogno di un po’ di conforto e gli elementi che già si conoscono risultano rassicuranti. E poi ci sono anche la volontà e la curiosità di cercare di capire la musica del passato e i generi che magari sono lontani da noi. Noi non siamo americani, ma riproponiamo il folk americano e lo facciamo come un’indagine che nasce da una nostra curiosità e vogliamo suscitare curiosità, anche perché poi c’è sempre la radice mediterranea. Io il folk non lo canterei mai come lo fa un texano. Penso anche che chi suona in una band sia di per sé un portavoce della nostalgia, ma ciò avviene in maniera spontanea, perché dopo un po’ di anni che suoni, ti rendi conto che è così e questa è una cosa strana. Una cosa che si può fare e che noi abbiamo cercato di fare in questo disco è riprendere elementi etnici, esotici, cercare di fondere quello che a ognuno di noi piace e cercare di mettere tutto in un unico calderone per creare sonorità nuove.

Tra il vostro primo disco, Blue Call Pink Riot e Night Mistakes mi sembra che tu abbia lavorato sulla tua voce rendendola ancora più accattivante e graffiante. È qualcosa che è venuto da sé o è un’esigenza che tu hai sentito? E in generale quanto ognuno di voi ha lavorato su se stesso e quanto tutti insieme avete collaborato agli arrangiamenti e ai testi?
Io personalmente non ho studiato canto, però credo che la crescita sia derivata dai tantissimi live. Soprattutto nei primi tempi noi suonavamo in posti piccolissimi e a notte fonda, in quella fascia che va dall’una alle quattro del mattino, due volte a settimana e dopo un anno inizi a capire meglio la tua stessa voce. I tanti live hanno fatto tanta scuola per ognuno di noi.

Cosa vi piace dello scrivere in inglese?
A me piace la facilità con cui si riesce ad esprimere la melodia. Io ho iniziato a suonare la chitarra per Bowie, Cat Stevens, Velvet Underground, Queen, Frank Zappa, non per De Gregori, De André o Battisti, con tutto che sono dei grandi. E poi mi è piaciuta talmente tanto la musica americana e inglese che non me ne sono mai staccato. La cosa assurda è che in Italia la sperimentazione è castrata, è sempre stata una cosa di nicchia, non è mai diventata qualcosa di massa, vedi per esempio gli Area e Demetrio Stratos, noi tendiamo a stare sempre nel giusto mezzo, si ha quasi paura a fare di più. All’Italia non piacciono i matti, invece in campo artistico la follia può essere anche positiva.

Cosa significa per voi suonare?
Significa pregare. È come una vera e propria religione. Quando dedichi la tua vita alla musica e non fai nient’altro se non suonare, in un progetto in inglese perché hai ascoltato David Bowie da ragazzino, allora suonare diventa una religione. Io ho pure un figlio, quindi devi essere completamente invasato per voler continuare a fare questo tipo di vita. È una vita bellissima che ti porta tantissime soddisfazioni, ma i sacrifici sono tanti e per me è un modo di vivere che porta molta instabilità, anche se mi sto sforzando per andare nella direzione opposta, ma di fatto è difficile, quindi è una vera e propria fede. Mi piace far star bene e stare bene grazie alla musica e se io ho percepito determinate vibrazioni, ascoltando e suonando, ci tengo a che arrivino anche a chi mi ascolta.
I live sono la parte centrale di ciò che facciamo. Nessuno dei nostri dischi rappresenta realmente ciò che siamo, perché dal vivo siamo un’altra cosa, andiamo in estasi, è questo il bello e sono estremamente grato per quello che sto vivendo. Mi fa impazzire il fatto che chi viene a sentirci venga per fare esperienza del concerto, non semplicemente per la canzone che apprezza.

Quando tornate a suonare a Roma?
Dovremmo tornare verso aprile, maggio, mentre adesso stiamo concludendo le date in Europa.

A proposito di questo, com’è suonare fuori dall’Italia? Quali sono le reazioni che suscitate?
Suonare fuori dall’Italia è fighissimo. Per alcuni aspetti è come qui: si raggiunge la stessa estasi e il pubblico reagisce nello stesso modo, con entusiasmo. All’estero però hanno una maggiore spinta critica, perché hanno più consapevolezza di quello che stai facendo. Qua spesso vengono ai concerti persone che non sono abituate a vederne, lì invece hanno una vera e propria cultura del live. Se prendi una rivista inglese, francese o tedesca, vedi che i dischi, quando lo meritano, vengono demoliti in maniera seria, sensata e razionale, qua no, come se si avesse un po’ di timore a farlo. Al contrario, all’estero è come se capissero realmente il lavoro che stai facendo, perché per loro quello del musicista è un mestiere. Qui in Italia invece lo è solo se hai successo, finché non lo hai sei una sorta di mendicante. Lì senti di più il senso della sfida, vuoi vedere cosa ne pensano, come reagiscono.

Dove vi piacerebbe andare a suonare?
Ci sono due posti in particolare in cui vorrei suonare. Gli Stati Uniti, ovviamente, ma anche Istanbul, dove abbiamo scoperto di avere un seguito piuttosto consistente. Le statistiche di Spotify dicono che è la quarta città in cui siamo più ascoltati, prima ci sono Roma, Berlino e Milano e dopo c’è Londra. È un’esperienza che vorrei fare, ci terrei molto.

Un saluto per Lester?
Grandi, grazie mille!

(Intervista raccolta da Ilaria Pantusa)

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