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I DIARI DELLA KORATELLA #4


Artwork di Francesca Dicursi

I DIARI DELLA KORATELLA – Rubrica a tempo determinato a cura di Freddie Koratella

 

Leggi la terza puntata I diari della Koratella #3


RUBRICA
Nelle due settimane prima della mia definitiva partenza ho cercato di svuotare tutto quello che ho accumulato in questi intensissimi tre mesi sudamericani. Liberare la testa dalle immagini caricate nella memoria. Non ci sono riuscito; per fortuna il cervello non è come uno smartphone e certe visioni resteranno indelebili nella mia mente.
Sono arrivato anche a chiudere last minute due dj-set: alla birreria artigianale BeerBros in quel di Montevideo e al ristorante Santoral di Atlantida, dove sonorizzo il pranzo della festa della mamma. Ho vissuto gli ultimi giorni come un carcerato al contrario: mettendo le crocette su un calendario sperando che quella fatidica data non arrivasse mai. Non tanto perché non avessi voglia di tornare indietro, quanto perché non è così semplice da digerire la consapevolezza di essere giunti al termine di qualcosa di irripetibile.

Poi come un fulmine a ciel sereno arriva il momento di salire sul volo che mi riporta a Roma.
Ho pianto.
Come non piangevo da tanto tempo.
Una vera e propria tempesta emotiva.
Non è stato facile; ma se decido di fare una cosa, mi ci butto dentro anima e corpo e in qualsiasi modo vada a finire ho modo di assorbire tutto così intensamente da imparare sempre qualcosa. Ho camminato tanto quasi da consumare i piedi. Ho passato notti insonni e dormito per giornate intere. Ho perso circa dieci kilogrammi e probabilmente ne ho messi altrettanti nel bagaglio della mia esperienza. Da questo viaggio riporto la consapevolezza di aver avuto coraggio. Già decidere di fermarsi viaggiando una stagione intera non è cosa da tutti. A quarant’anni suonati poi, lo è ancora per meno. Perché certi viaggi sono soprattutto interiori e quando scendi nelle viscere ci vuole stomaco.
In tempi in cui diventa scontato sopravvivere, io ho mollato tutto.
Ho sentito il bisogno di essere libero.
Ho preso una pausa spazio-temporale.
Scoprendo posti nuovi ho finalmente smascherato anche dei lati di me che mi erano ancora sconosciuti.
Credo di essere tornato diverso.
Meno insofferente.
Meno frettoloso.
Più consapevole.
Anche di quanto valgo.
Questa è la cosa più bella che potesse accadermi.

Quando si avvertono tali esigenze niente e nessuno dovrebbe fermarci, perché aver fatto determinate esperienze è già un enorme successo; anche se non portano a nulla. A posteriori ho capito che non esiste un’età giusta per farle. Chi vi dice il contrario ha solo paura di lasciarsi andare; perché il mondo continua a girare comunque e troppo spesso siamo solo noi a rimanere impantanati. Ora più di prima so che abbiamo solo un gettone e bisogna stare attenti a non sprecarlo prima dell’ultima chiamata. Quindi uscite, viaggiate e fate il contrario di quanto tutti vi dicono, che a essere tutti uguali non c’è nulla di divertente; anzi che a vederla da lontano la situazione della nostra Itaglia mi è apparsa anche ai limiti del melodrammatico. Datemi un lenzuolo che non ci resta che piangere.
Quando mi si chiede come è andata, mi fermo sempre un attimo.
Non so mai da dove cominciare.
È stata un’esperienza totale; una scoperta continua di posti, luci, colori, odori, sapori. Ho vissuto mesi in ‘modalità spugna’ cercando di assorbire il più possibile ciò che mi capitava a tiro; incontrando persone per un attimo o per settimane intere; ringrazio tutti, anche quelli che mi hanno regalato un singolo sorriso.

Il Brasile non lo puoi immaginare fino a che non ci sei stato. Tra le tre nazioni che ho visitato è quella che mi ha colpito di più; ma anche quella che ho girato meglio, spesso anche da solo. In Uruguay ho avuto un mentore speciale: il signore Coco Ospitaleche e la sua banda di amici. Ora so di appartenere anche ad un’altra famiglia. L’Argentina è stato un blitz troppo veloce per capirla, ma Buenos Aires e dintorni mi hanno lasciato l’acquolina in bocca.

Sono stato un privilegiato, di questo ne sono sicuro. Perché quando viaggi con la musica, la percezione di te e degli altri è differente. Ero partito da Roma con una sessantina di 45 giri e con quattro dj-set chiusi. Alla fine ne ho fatti una ventina. Il mio percorso è cambiato spesso in base alle serate che rimediavo: in ogni posto qualcuno mi dava contatti per trovarne altri; che questo sia di insegnamento a tanti personaggi che orbitano nel panorama musicale alternativo italiano: quelli che chiedono sempre e non danno mai. On the road la vita è diversa; più complicata ma decisamente più intensa. Non essere in continuo spostamento mi mancherà; ma fermarsi un attimo mi farà apprezzare anche meglio ciò che ho fatto e ciò che dovrò ancora fare.
È stato importante.
Ho fatto una cosa che mi ero ripromesso di fare: stare bene; il Sud America mi ha insegnato che si può essere felici anche con poco. Non smetterò mai di essergli grato per questo.
Chiudo dicendovi che sono sopravvissuto.
Non era così scontato.

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