ONE MAN BAND


Stefano Pump Lee (foto di Giovanni Marotta)

 

“We never stop because… We never stop!”

@DischixFiaschi / Underdog Tattoo (21/03/2025)

@Trenta Formiche (22/03/2025)

@Fax Factory / Sip Bistrot (23/03/2025)

 


di Angelo D’Elia

Siamo ancora vivi! Dettaglio assolutamente da non sottovalutare, perchè quest’affermazione assume più significati e sfumature di quanto non si possa pensare ad una prima veloce lettura. Innanzi tutto siamo vivi noi, che proviamo immodestamente a trovare le giuste formule per cercare di calarvi nell’atmosfera delle tre deliranti giornate di Invasione Monobanda, il festival che ormai da anni seguiamo e documentiamo. Per farlo adeguatamente, non si può essere osservatori esterni ed asettici, ma bisogna calarsi mani e piedi nel magma sonoro ed emotivo che questa manifestazione porta con sé ogni anno in maniera sempre più irruente ed irriverente, quindi non bisogna solo osservare, ma letteralmente farsi travolgere ed abbracciare fisicamente da questa comunità che noi oramai chiamiamo famiglia.

Sono decisamente vivi coloro che ogni anno rendono possibile questa rimpatriata, ovvero Freddie Koratella, patron e maestro cerimoniere e Fiammetta Gigantino, madrina ed immancabile ed indispensabile sostegno, che ci hanno consegnato un’edizione più grande e rocambolesca che mai. Sono vivissimi i veri protagonisti dell’evento e cioè la schiera di one man band che hanno animato questi 3 giorni con esibizioni di livello davvero altissimo. E soprattutto siete ancora vivi voi, che siete accorsi numerosissimi e vi siete davvero scalmanati!

Freddie Koratella vs El Tribalista

Come da consuetudine, l’adunanza ha avuto inizio in quel di Monte Sacro e la volontà di fare le cose più in grande è stata subito messa in chiaro. Oltre a DischixFiaschi che da sempre accoglie i primi avventori del festival, quest’anno l’invasione si è allargata fino all’adiacente studio di Underdog Tattoo, dove si sono ufficialmente aperte le danze con l’intensa esibizione di Gipsy Rufina, che presentava il suo ultimo disco Mason Type III. Un set intimo ed essenziale, voce e chitarra acustica, una serie di istantanee che, chiudendo gli occhi, ci catapultano sulla strada insieme a lui, e mentre siamo seduti in un angolo ad ascoltare in silenzio, ci troviamo mentalmente a percorrere enormi distanze. Ma attenzione, quando tira fuori la fidata cigar box, il sogno diventa cruda e viscerale realtà.

Si ritorna poi tra le familiari mura di Dischi X Fiaschi, che in concomitanza col festival, sta ampliando gli spazi per accoglierci e, proprio in cantiere aperto, troviamo ad aspettarci un’altra vecchia e gradita conoscenza. Bonny Jack è un animale di razza, che sa interpretare istintivamente la folla che gli si para davanti e lo fa con un’esibizione tutta d’un fiato, senza esclusione di colpi, dove la sua musica si connette senza soluzione di continuità alle pietre miliari, da Elvis ai Led Zeppelin, in un unico grande e liberatorio rituale… abbiamo riscaldato i motori a dovere!

La serata successiva al Trenta Formiche si preannunciava particolarmente infuocata, con la presenza di ben 3 esponenti della “colonna brasiliana” del monobandismo e un ospite direttamente dagli Stati Uniti e, spoiler alert, le aspettative sono state più che ripagate. Ad accoglierci adeguatamente nelle incrollabili mura (e credeteci, sono state messe a dura prova) del bunker del Mandrione, è stata una chicca del tutto romana. Batcaverna è un progetto/esperimento del tutto unico nella scena. Un one man band diviso in due, due al prezzo di uno: un uomo pipistrello alle chitarre e ai tamburi, impassibile, e quella strana creatura conosciuta come Er Frappa a scaldare le folle. Situazionismo rock n’ roll, dadaismo e alcoolismo, tutine da Elvis e cavallucci a dondolo, Mangoni e gli Skiantos, amore e sudore, c’è del metodo nella loro follia… Da vedere per credere.

Ci si affaccia per la prima volta nella sala bunker e già troviamo che scalpita e sbava, in attesa della ressa, il primo perno della colonna brasiliana. Big Bull è la personificazione dell’assioma secondo cui less is more. Strumentazione basilare, doppia cassa e chitarra acustica e tanto basta per spingerci a calci in un sabba tribale in cui i ritmi jungle di Bo Diddley incontrano il fuoco della musica tex mex di frontiera, il tutto suggellato da una voce che sembra uscire dalle profondità della tomba di Screamin’ Jay Hawkins. Semplicemente devastante.

Altro giro altro palco, è il momento del cavaliere solitario, dell’eroe che ci meritiamo, direttamente da Mantova, il Low Ranger sciorina numeri da guitar hero navigato in salsa rockabilly e fa smuovere a ritmo i posteriori degli ormai numerosissimi presenti e, a proposito di posteriori, da buon ranger dispensa un po’ di sana giustizia di frontiera facendo sculacciare il patron Koratella dalle vive mani della madrina Fiammetta (sei stato un bimbo molto cattivo caro Freddie…)

La tensione è ormai alle stelle quando ci si avvicina al clou della serata e finalmente ci si ritrova faccia a faccia con D. Selvagi & His One Man Gang. Lo aspettavamo da tanto, da quella nefasta edizione annullata per la pandemia che avrebbe dovuto vederlo protagonista, ma questa attesa ha ripagato. A vederlo fuori dal palco sembrerebbe una persona estremamente mite e pacata, ma una volta in scena inforca gli occhiali e si trasfigura in corriere cosmico. Psichedelia troplicalista e ritmiche marziali, deviazioni funkadeliche e rumori ed umori tribali, il tutto con un controllo del suoni millimetrico, quando attacca con violenza inaudita la più bella versione di I’m waiting for my man che ci sia mai capitato di ascoltare, le cervella ci schizzano fuori dalle orecchie e non possiamo far altro che abbandonarci alla danza. La migliore esibizione di questa edizione del festival, eletto all’unanimità.

 

Raccogliamo ciò che rimane della nostra povera e martoriata materia grigia e ci facciamo spazio a gomitate per un ulteriore cambio palco e per farci ringhiare in faccia da Xtreme Blues Dog, terzo ed ultimo esponente della corrente brasiliana, che con sguardo da folle già ci attende armato di armonica a bocca e di Veronica, la sua inseparabile cigar box. Un cazzotto di punk blues che ti coglie in piena faccia e che, mentre te ne stai lì a cercare di capire cosa ti abbia colpito, lui se ne frega delle regole e ti finisce con un bel colpo sotto la cintura. Viscerale.

E così, pesti e tumefatti, cerchiamo di strisciare con le ultime forze in corpo verso l’esibizione finale della serata. Direttamente da Salt Lake City Utah, Jackob T. Skeen appare serio e concentrato, è sicuramente qualcosa che non avevamo ancora mai visto nell’ambito di questo festival. Il suo set è un crescendo, parte quasi in sordina, ma più si va avanti e più il suono si fa compatto e furioso, tra riff granitici di matrice stoner e divagazioni psych… era tutto calcolato, gli americani ci sanno fare!…

…Ma ecco, quando pensavamo fosse tutto finito e stavamo lì a berci la nostra birra defaticante e a commentare quanto avevamo appena finito di vedere, ecco la sorpresa. Si spengono le luci, e dopo qualche secondo di panico e confusione, ecco una singola luce che illumina il bancone e dall’oscurità emerge Max Forestieri che imbraccia la sua chitarra dobro, tra lo stupore e l’acclamazione generale. Il blues vero, un riconnettersi alle origini: Max suona i primi pezzi seduto sul bancone, ma manca qualcosa, non può battere il piede per tenere il tempo. Ed ecco che, come un novello desperado, si alza in piedi e ci guarda dall’alto, mentre noialtri, in delirio, battiamo le mani travolti da questo momento quasi mistico.

Domenica mattina, siamo tutti reduci, la serata precedente è stata di quelle da tramandare ai posteri, normalmente si starebbe tutti a casa a raccogliere i cocci, ma c’è un’altra giornata di festival, non si può mancare. E allora rieccoci tutti lì, da Fax Factory, armati di salvifici occhiali da sole a goderci il sole domenicale di quest’inizio di primavera, cullati dalle dolci note di Diego Potron, country singer dalla chitarra abile e lieve e dalla voce profonda, che immerge tutto e tutti in un’atmosfera magica, fermando nella memoria un momento di cui stiamo già avendo nostalgia.

Non è ancora finita, quest’anno, come già detto, si è deciso di fare le cose ancora più in grande e quindi ci si dirige in carovana verso Tor Pignattara, da Sip Bistrot, ultima location che accompagnerà il festival alla sua meritata conclusione. Siamo sempre gli stessi, sempre in tanti, il sole sta ormai tramontando in un’atmosfera di armonia e pace generale, tra chiacchiere, bicchieri e tavolate piene, ed è proprio questo il momento in cui Stefano Pump Lee comincia la sua esibizione: con la dolcezza che da sempre lo contraddistingue e le stelle che cominciano a spuntare in cielo, sembra voler fermare il tempo in un abbraccio comunitario, fissato in quella luce perfetta, a suggellare, una volta per tutte, il vero spirito di questa manifestazione e di una edizione straordinaria e memorabile.

Con questo si chiude il racconto e ci diamo appuntamento all’anno prossimo, ma ricordate sempre che, finché agli angoli delle strade, o in qualche fetida bettola, un uomo da solo, armato di chitarra, cassa e rullante, farà tanto rumore, Invasione Monobanda non potrà mai finire!

Giuseppe Giannetti (30 Formiche) vs Freddie Koratella

 

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