MUSIC FRAMES #5: La casa di Jack | LESTER MUSIC FRAMES #5: La casa di Jack | LESTER

MUSIC FRAMES #5

MUSIC FRAMES – Rubrica di Musica e Cinema a cura di Angelo D’Elia

 

Lars come Virgilio

RUBRICA – Bentornati al nostro appuntamento mensile, cari amici, voi ben disposti a farvi condurre amorevolmente dal sottoscritto in quella zona dove immagine e suono si fondono per dar forma ai nostri sogni, alle nostre paure, alle nostre angosce. Levatevi quel sorrisetto dalla faccia, assumete l’espressione delle occasioni importanti, indossate il vestito della festa: il discorso è maledettamente serio!

Il 28 febbraio, arriva nelle sale italiane The House That Jack Built, ultima fatica cinematografica di quello che, con pieno merito, può ancora essere definito un Artista della settima arte (e sono rimasti in pochi coloro a cui questa definizione possa essere applicata letteralmente). Lars Von Trier è un teorico, un filosofo, un provocatore, a volte un giullare, pronto a farsi sbeffeggiare e a sbeffeggiare a sua volta. Un uomo perennemente in crisi – nell’accezione etimologica classica di krisis, ovvero scelta, decisione, quindi anche opportunità – sempre pronto a mettersi in discussione, a spingersi sempre più in là nello scandagliare le pieghe più oscure ed inquietanti dell’animo umano.
Le sue pellicole propongono situazioni, spesso, al limite della sopportazione fisica ed emotiva, costringendo noi spettatori a scendere negli inferi insieme a lui, a mettere in contraddizione noi stessi e le nostre convinzioni. Come un novello Virgilio, ci conduce attraverso le regioni in cui noi non avremmo il coraggio di avventurarci da soli, ed è questo il compito di un Artista.

Con La Casa Di Jack (titolo italiano), Von Trier mette in scena la summa del suo cinema. Nelle vicende di Jack, serial killer che aspira a trasformare la sua psicosi in opera d’arte, attraverso omicidi sempre più elaborati e crudeli, ma che fallirà tragicamente nello scopo per la sua mancanza totale di empatia e di umanità, si può riconoscere tutto lo struggimento di un regista costantemente in dibattito interiore:
Fino a che punto è lecito filmare la miseria della condizione umana?
Qual è il ruolo dell’artista nella società odierna?
Quanto si è disposti a compromettere la propria visione per trasmetterla alle masse?
In questa monumentale e barocca seduta di autoanalisi – quasi un Otto e Mezzo in versione macabra e deviata – Lars/Jack Von Trier sembra dare una risposta definitiva, autopunitiva: e come esprimere al meglio questo conflitto, se non con l’utilizzo della musica?

Tra un omicidio e l’altro, Jack è impegnato in un costante dialogo fuori campo con il suo confessore/guida, Verge (il riferimento a Virgilio non era casuale…), accompagnato dalle note e dalle immagini della Partita in Do minore di Bach suonata da Glenn Gould, uno dei più grandi pianisti del novecento, affetto da Sindrome di Asperger, a cui Lars/Jack si sente spirito affine. Su questo sottofondo, Jack racconta le sue ‘alte’ aspirazioni (per lui, ci dice, Gould rappresenta l’Arte), tramite simbolismi tanto accademici quanto banali, nella loro supponenza.
Nella ‘realtà’, a commentare le malefatte del novello Jack ‘The Ripper’, saranno però le ben più prosaiche atmosfere di Fame, di David Bowie, le cui note si faranno sentire per accompagnare, improvvisamente, i momenti più goffi delle sortite del nostro artista/killer. Fame, to bind your time it drives you to crime (Fama, per fermare il tempo ti porta al crimine), canta Bowie, mentre Jack tenta inutilmente di imporre al mondo la sua distorta visione artistica…

Il resto, dovrete scoprirlo da soli, perché, credetemi sulla parola, sarà un viaggio ricco di sorprese, che metterà in profonda crisi il vostro essere. Assistere in sala ad un’opera come questa, è un privilegio di cui non potete e non dovete privarvi, se ancora vi importa qualcosa del Cinema. E di voi stessi.

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