Intervista


Statale 66

Intervista oltre il muro del suono – Per essere apprezzati dai grandi, fra i Grandi

I più cinefili e nottambuli tra voi avranno archiviato gli Statale 66 nella categoria “quelli di Stracult”: ovvero allegra e sgangherata brigata composta da vecchie e nuove glorie, rapper, critici cinematografici e strani soggetti di vario genere che, sotto la guida di quel genio, o buffone (o geniale buffone, scegliete la definizione più adatta a voi) di Marco Giusti, da ben 17 anni occupano le notti di noi appassionati dell’audiovisivo (di ogni genere). Li avrete visti impegnati, nelle loro sgargianti camicione vintage, nella riproposizione di alcune delle più celebri colonne sonore cinematografiche degli anni ’70, in una scintillante versione beat/psichedelica. Se pensate che quindi siano carini, simpatici, ma semplicemente d’arredamento, vi sbagliate di grosso. L’uscita di Rock Trip vol.1 per Goodfellas, loro quarta release, testimonia lo stato di forma di una band tremendamente matura, impegnata in un progetto estremamente ambizioso. Ne abbiamo parlato con i diretti interessati.

La vostra decisione di far uscire un disco di inediti che omaggia un certo tipo di rock di pura estrazione americana o britannica, ma cantato interamente nel nostro idioma, al giorno d’oggi, è abbastanza coraggiosa (d’altronde, quello “Statale” invece di “Route” dice già molto).  Avete incontrato maggiore difficoltà nel comporre in italiano? Il mercato estero non v’interessa?
Grazie delle belle cose che hai detto sul disco. Già dal nostro primo Ex Tempore l’idea è sempre stata di portare nel presente la musica che ascoltavamo attraverso la nostra lingua, il nostro modo di esprimerci. Sin da allora nei nostri testi da un lato emerse una componente biografica molto preponderante e dall’altro lato l’italiano rendeva ai nostri occhi la musica in un certo qual modo molto originale: spesso la metrica anglosassone tipica della musica Rock è composta da parole tronche e le parole italiane (più che altro piane, sdrucciole e bisdrucciole) poco ci si adattano. Questo ci ha permesso di aguzzare l’ingegno per trovare dei stratagemmi funzionali che crediamo abbiano definito il nostro stile.
Per molti anni abbiamo voluto esprimerci in italiano per essere capiti ed ascoltati e ci è sempre sembrata la direzione più naturale e spontanea. Nell’ultimo anno però mi è capitato di scrivere in inglese, in un modo molto spontaneo. Soprattutto sotto l’influenza della mia compagna, Lora, di madre lingua inglese, che ha innanzi tutto scritto lei stessa alcuni testi sulla nostra musica. A quel punto anche io ho preso fiducia nella mia capacità di esprimermi in inglese, tranquillo di avere supporto linguistico da parte sua soprattutto in ambito colloquiale.
Detto questo abbiamo in cantiere un disco in inglese quasi pronto con una decina di canzoni che definirei Roots Rock, influenzate specialmente dalla musica Rock, Country e Blues. A livello lirico pensiamo di aver trovato una nostra via di espressione: i testi, in inglese ma fortemente radicati nella nostra società, sembrano una richiesta di connessione con il mondo intero. Aspettiamo con ansia di pubblicare anche questo lavoro per vedere come verrà recepito fuori dall’Italia.

Il vostro Rock Trip vol.1, già dal titolo (molto tarantiniano) sembra solo la prima tappa di un progetto molto più ampio ed ambizioso. Volete spiegarlo nel dettaglio ai lettori di Lester, tanto per avere qualche coordinata per il viaggio che ci aspetta?
L’idea iniziale del progetto era di pubblicare un triplo album contenente 6 “strade” del rock legate ai 6 stati d’animo che ognuna ci trasmette, organizzando un percorso emotivo/relazionale che venisse accompagnato dalla giusta atmosfera. Abbiamo deciso di suddividere il percorso per poterci concentrare al meglio sulla produzione di ogni coppia di “route” che comunque prevedeva 6/7 canzoni ognuna (per anticipare la prossima domanda: “era presto per il nostro cofanetto alla Smile Sessions”).
Ogni classificazione è puramente teorica, ovviamente il tutto è contaminato dai nostri ascolti (dalle sigle di cartoni anni ’80 ai gruppi anni ’90 con cui siamo cresciuti) ma si può dire che la prima “ruote” rock’n’roll e surf è dedicata all’innamoramento, all’energia giovanile, alle speranze. La seconda, in stile londinese Mods e Glam, all’attaccamento, la possessione, la voglia di nascondere i sentimenti o i desideri pur di non rischiare di perdere qualcosa di prezioso.
Quindi, per come è stato pensato e composto il progetto, le prossime due tappe saranno: una parte bachiana/Rinascimentale/60’s pop sulla perdita delle illusioni e la fine di un amore; l’altra affine alla musica anni 40/50 swing e legata alla melanconia e al ricordo.

Ascoltando il disco, tra le influenze più marcate, soprattutto per certi passaggi melodici, si avverte la presenza del Brian Wilson da Pet Sounds in poi. Quindi, per forza di cose, c’è alla base un grosso lavoro di studio e produzione. Quanto tempo avete passato in studio di registrazione e quanto avete lavorato sugli arrangiamenti?
Moltissimo! Sono anni che strutturiamo tutto il progetto. Abbiamo più di 40 canzoni registrate ed alcuni brani hanno avuto 3 o 4 versioni di arrangiamento differenti. Brian Wilson è il nostro guru. Abbiamo sempre amato la sua ricerca armonica e melodica sempre in funzione della suggestione e del sentimento. Da lui abbiamo imparato come ottenere una certa sensazione spostando il basso di un accordo sulla 5° per poi saltare a un rivolto con la settima al basso che farebbe andare fuori di testa un appassionato di contrappunto classico.  Il nostro amore per la produzione è anche dovuta tanto ai grandi delle etichette indipendenti americane anni ’50 come Sun Records, Chess, Stax, Motown. Le continue ricerche di innovazione di Sam Phillips sono sempre ben in mente quando piazzo un microfono nel nostro Studio 66.

Salta all’orecchio, inoltre, un grosso lavoro sul suono: una riproposizione quasi calligrafica del sound di quei tempi (ad esempio, certi passaggi di chitarra slide molto “Harrisoniani”), che tipo di strumentazione avete usato per ottenere tale effetto?
Più che una ricerca calligrafica del suono di quei tempi credo che in Rock Trip vol.1 ci sia l’approccio alla ricerca del suono che era usuale all’epoca. Ad esempio molti dei riverberi del disco sono ottenuti mischiando le possibilità dell’editing digitale con le riprese di vere camere d’eco (in particolare il bagno dello Studio!). L’insonorizzazione del nostro Studio è fatta da noi, con materiali assemblati a nostro piacere. Non gradiamo molto l’uso di plug-in per “effettare” le tracce. Tutto ciò conferisce inevitabilmente al sound un particolare, unico, riconoscibile carattere.
Ovviamente sono appassionato di registrazione e ho ricercato sulla rete tutto quello che potevo trovare sulle tecniche di registrazione dei gruppi che amo, i Beatles su tutti. Ad esempio le chitarre alla Harrison sono un doubletrcking della stessa parte suonata con lo slide. Le piccole differenze di esecuzione fanno si che si senta quella tipica fase “beatlesiana” che dal ’66 alla Emi i Beatles incrementarono con l’uso dell’ADT (automatic double tracking). In digitale (per nostra fortuna!) l’ADT è così semplice da ottenere che lo vorresti usare ovunque! Si può ottenere copiando una traccia e spostando la copia di qualche millisecondo.

Qualche nota biografica: come nasce il progetto Statale 66 e come siete arrivati a diventare resident band di un programma di culto come Stracult che, innegabilmente, vi ha portato un po’ di notorietà? Quant’è importante l’immaginario cinematografico nel vostro progetto?
Per quel che riguarda me e Giulia, il nostro papà è sempre stato un appassionato di Rock e ci siamo interessati molto presto alla musica. Lui e nostra madre ci hanno seguiti, stimolati e criticati (eccome!) dandoci la possibilità di crescere come band fin da piccoli. Quello che personalmente mi ha fatto appassionare così tanto alla musica è stata la conoscenza di quei giovanissimi “rockettari” songwriters che negli anni si erano espressi con le loro canzoni e mi davano esempio. Mi facevano sognare di poter essere capito e magari apprezzato dai compagni di scuola, dai professori (non ero un fenomeno) e dai grandi. Tra questi c’erano Buddy Holly, i Beatles, gli Stones, Chuck Berry.
Anche Mary ha un papà musicista che l’ha iniziata all’ascolto della musica e naturalmente fin da bambina possedeva qualità canore non del tutto espresse. Solo cominciando a suonare nel gruppo ha razionalizzato di possedere una passione viscerale per la musica e a capire le proprie possibilità.
Passando alla nostra partecipazione in Rai, non potevamo chiedere di più alla televisione che lavorare per Stracult. Da anni siamo sempre stati tutti amanti del programma. Siamo cresciuti con i b-movies italiani, con le colonne sonore degli Oliver Onions. Suonare nella edizione estiva con Maurizio De Angelis è stato realizzare un sogno. Siamo arrivati a Stracult attraverso Mary. Lei oltre a essere una Statale (non però pagata dallo Stato…) è una magnifica attrice e venne chiamata a lavorare ad una miniserie girata all’interno del programma (Stracult). Maryjane ci ha presentato Luca Rea e pian piano attraverso lui tutto il cast ha cominciato a conoscerci, fino ad arrivare a Marco Giusti che sentendo parlare di noi in giro un giorno disse: “ma… so bravi sti Statale 66? La risposta penso sia stata “Sì”, perché eccoci arrivati alla quarta o quinta stagione insieme. Il Cinema è per la nostra musica come il vento per le foglie. Siamo tutti e tre appassionati di film. Da Billy Wilder a Fellini, da Woody Allen ai Coen, ma anche Argento e Tarantino. A proposito di questa nostra grande passione: abbiamo deciso di presentare Rock Trip, Vol. 1 con uno spettacolo chiamato Cine Live Show che sarà un misto di proiezioni di corti scritti da noi, musica live e teatro, il tutto per arricchire e espandere le sensazioni delle 14 canzoni del disco (In scena il 12 novembre al Nuovo Teatro San Paolo – N.d.R.).

Il fatto di essere una resident band e quindi di affrontare una nuova cover ogni settimana o di dover suonare gli stacchi con una certa accuratezza, vi ha fatto maturare dal punto di vista tecnico? 
Sì, più che nelle stagioni estive dove suoniamo live in studio, abbiamo appreso molto nell’edizione invernale passata. Per problematiche legate allo studio della Rai abbiamo dovuto esibirci con un cosidetto half playback, ovvero voci dal vivo su base registrata. A quel punto ogni settimana abbiamo dovuto produrre di media 2 basi (canzoni a tutti gli effetti). Questo ci ha permesso di sperimentare, prendendo sempre più confidenza con il lavoro in studio di registrazione, in particolare stimolandoci ad arrangiare ogni cover nel nostro stile. Altrettanto importante è stato acquisire un approccio allo spettacolo diverso da quello live tipico dei concerti, all’occorrenza più cinematografico.

A proposito delle cover suonate nel programma, nell’edizione deluxe di Rock Trip c’è anche un bonus disc che le raccoglie tutte. Che tiratura ha? Le avete ri-registrate? Avete cambiato o aggiunto qualcosa in fase di arrangiamento?
Come dicevamo sopra, sono le basi usate nella trasmissione invernale dell’altro anno con le voci rifatte in studio. Per alcune abbiamo ritoccato il mix.

Suonate molto in giro per la Capitale, quant’è importante per voi l’esperienza diretta del live? Vi divertite più che in studio?
Sono due cose molto diverse. Forse lo studio è l’obiettivo che abbiamo di fronte. È la necessità di fotografare le nostre idee, i nostri sentimenti e magari di comunicarli a più persone, ma a un livello intimo. A volte però nei live si sprigiona quella magia che in studio difficilmente si può riprodurre.
Grazie per le splendide domande, è bellissimo parlare di musica così in dettaglio. Complimenti Angelo!

(Intervista a cura di Angelo Delia)

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