LESTER PIÙ #3

Guardiani della Galassia

LESTER PIÙ – I Sensi si mischiano e si confondono, si assegnano ruoli inediti e subentri. L’udito che non ha mai visto, ci vede di più.
Che si tratti di Letteratura, Cinema o Arti Figurative, abbiamo una patologia, che ci costringe nell’essere Umani curiosamente completi, che si muovono in ampi spazi culturali. Solo che, ogni volta che fronteggiamo un’opera d’arte, abbiamo una colonna sonora ad hoc che parte. Autonoma.
Soprattutto a Roma. Tranquilli: contiamo anche di segnalarvi gli eventi che provocano grandi acuti della nostra disfunzione. Per sentirsi meno soli.

Rubrica a cura di Marco Pacella e Angelo D’Elia

 

Un film fatto per NOI

Non starò qui a descrivervi, né tanto meno a riassumervi, la genesi e lo sviluppo de I guardiani della galassia, fumetto Marvel nonché capitolo comedy e vintage del Marvel Cinematic Universe, l’universo imperante nelle sale cinematografiche mondiali, con nuovi episodi a scadenza più o meno semestrale. Anche perché probabilmente, specie per quel che riguarda i fumetti, ne sapete anche molto più di me…

Il secondo capitolo delle avventure della scalcinata gang di fuorilegge (Peter Quill/Star-Lord, Gamora, Drax, Rocket e Groot, qui in versione baby) sta incassando bene in sala, ma molto meno dei lungometraggi dedicati ai vari Iron Man, Captain America, Thor e Avengers. E sapete perché? Perché è un film fatto per NOI, noi nati tra la fine degli anni Settanta e la metà degli Ottanta, noi che stiamo invecchiando e impigrendo, noi che non abbiamo più tutto il tempo che vorremmo a nostra completa disposizione, noi che andiamo (andate) di meno al cinema. Ma questa non è nemmeno una chiamata alle armi e alla sala, i Marvel Studios incassano fantastiliardi e, semmai dovrò appellarmi al vostro buon cuore e al vostro portafoglio, lo farò per progetti ben più meritevoli.

In questa sede parliamo de I guardiani della galassia vol.2 perché c’interessa LA MUSICA. E come ascolta la musica il nostro Star-Lord nella sua non meglio definita galassia lontana lontana? Con un walkman a (musi)cassette! La madre defunta, una ragazza poco più che ventenne nel 1980, ha lasciato in dote al figlio delle compilations con un’accurata selezione di brani. E qui si apre il momento amarcord: se non avete mai fatto una cassetta alla ragazza che vi piaceva o al vostro amico del cuore, selezionando con cura le canzoni, aspettando ore alla radio con il dito piazzato sul tasto REC, allora, semplicemente, non potete capire.

Star-Lord, nel primo film, combatte costantemente con le cuffiette nelle orecchie, mentre l’ “Awesome Mix” (questo leggiamo sulla targhetta adesiva posta sulla cassetta, ok, fate passare il magone, asciugatevi gli occhi, e ricominciamo) alterna Bowie con Moonage Daydream ai 10cc di I’m Not in Love, i Jackson 5 ai Raspberries, Marvin Gaye a Rupert Holmes. Il secondo capitolo de I Guardiani si apre con una battaglia con un mostro gigante, ma i “nostri” hanno la cura di piazzare in un angolo uno stereo (sempre a cassette), delle casse… ed ecco che, con Mr.Blue Sky della Electric Light Orchestra, ci addentriamo nell’Awesome Mix vol.2.

Che dire? La selezione di canzoni, per il sottoscritto, è meno esplosiva della precedente, ma qui siamo nel campo dei meri gusti personali. Incontriamo i Fleetwood Mac di Rumours, quelli post Peter Green, quelli di Buckingham, Mc Vie e Stevie Nicks, quelli che a me piacciono pochissimo, con The Chain. Una plasticosa (ma divertente) Southern Nights di Glen Campbell, la pacchianissima Surrender dei Cheap Trick, una Wham Bam Shang a Lang dei Silver da diabete immediato talmente tanta è la melassa che cola nelle orecchie all’ascolto. Ma ci sono anche i grossi calibri, ai quali, guarda caso, sono associate le scene più iconiche, quelle che non si dimenticano: l’evergreen My Sweet Lord, che causò a George Harrison più problemi che onori (perse una causa per plagio con le Chiffons, terzetto di voci nere femminili modello Supremes, per intenderci); una fiammeggiante e funkeggiante Flashlight dei Parliament; la meravigliosa voce soul di Sam Cooke con Bring It On Home To Me e una Fox On The Run direttamente dal repertorio dei dimenticati Sweet (forse giustamente, ma quanto erano fighi a tratti, su…).

E poi una cosa che a raccontarla così, freddamente, non ci si crede. Si può ancora, nel 2017, versare calde lacrime assistendo ad una veglia funebre sulle note di Father and Son di Cat Stevens? Ebbene sì, ragazzi miei, “It’s not time to make a change/ just relax, take it easy” e non datemi del sentimentale.
In chiusura, cos’altro dire ancora? Che il film si chiude, sui titoli di coda, con una rivisitazione di Disco Inferno cantata da David Hasselhoff, proprio lui, mister “Supercar” e “Baywatch”. Perché l’armamentario nostalgico è fatto così, alto e basso, Michael Knight e Kurt Russell, il gigante di pietra del “Ritorno a Oz” dell’85 e una faccia devastata dal taser. Soprattutto, musicassette e vinili: le prime ormai solo ammantate dal caldo romanticismo del ricordo (non per me, che guido una macchina con lo stereo a cassette, ebbene sì, ognuno ha i suoi traumi), i secondi sempre più vivi e vegeti, specie qui a Lester. (Donato D’Elia)

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