Elettronica

Manifesto 2017
Manifesto Festival – (Foto di Nael Manuela Simonetti)

La miscela sonora che non ti aspetti

10, 11 marzo 2017 – Monk (Circolo Arci)

LIVE REPORT – Manifesto, alla sua seconda edizione, quest’anno ha puntato su sonorità nuove e molto diverse tra loro, di sicuro interesse per i più curiosi. Il tutto si è svolto al Monk, sede natale del festival. Due i palchi su cui si sono alternati artisti provenienti da luoghi diversi nel mondo, ognuno col suo stile, a colorare una due giorni piena di energia vibrante.

Un viaggio intrigante iniziato con FILOQ a scaldare l’atmosfera col suo mix travolgente tra elettronica e jazz. Il giusto sound per dare inizio alle danze.
E così mi ritrovo anche io a ballare circondata da una scenografia fatta di luci e piante a simulare una sorta di foresta equatoriale. Molto suggestivo. E in un attimo da Genova ci si sposta in Argentina, ai comandi stavolta c’è Barrio Lindo che con naturalezza unisce il folklore latino alla musica elettronica.
Ma l’esplorazione sonora è solo all’inizio.

È giunto il momento di spostarci sotto al main stage. Tutto intorno era un pullulare di gente e anche la temperatura iniziava a salire. È da poco passata la mezzanotte e la sala gremita è finalmente pronta ad accogliere da Firenze Clap! Clap! e la sua band composta da due batteristi ed un bassista. Ed è con loro che si raggiunge il picco della serata, un’esplosione di energia alla quale non ci si può sottrarre. Veniamo tutti trascinati all’interno di quest’onda esplosiva per oltre un’ora, tra luci, suoni, ritmi incalzanti.
Cristiano Crisci aka Clap! Clap! sembra in preda ad una convulsione, non sta fermo un momento, salta e passa con destrezza dalla drum machine al ride e il crash dietro di lui, mantenendo saldo il controllo della situazione. Rimaniamo in questo stato di euforia fino all’arrivo di Com Truise, mastodontico nell’aspetto. È ora di trasferirsi a New York. La synthwave di Com Truise è un ritorno agli anni ’80 ma con uno sguardo ai giorni nostri in un crescendo emozionale che affascina. A chiudere questa prima serata c’è Andrea Esu alla consolle fino a notte inoltrata.

 

 

Ma non finisce qui, il giorno seguente si riprende e con uno stravolgimento, stavolta la sala è decisamente composta. Divanetti rossi sistemati davanti al main stage ad accogliere il pubblico per due performance molto diverse tra loro. Si parte con Spartiti, il progetto composto da Max Collini e Jukka Reverberi, di casa al Monk.
A seguire un velo cala dal soffitto a mò di sipario, un velo trasparente che separa il pubblico e Cleo T, artista francese e unica nota femminile del festival (qui potrei alzare una piccola polemica ma la tengo per me). Col suo arrivo la sala si inebria di energia femminile, tutti rimangono affascinati da lei, sarà forse il suo cantato, a volte recitato, o le bizzarre coreografie o le installazioni scenografiche o magari tutto insieme, ad ogni modo era tutto molto francese.
Dopo questo inizio soft, è tempo di una bella botta di adrenalina. Via i divanetti rossi e il Perù è pronto a salire. Direttamente da Lima, Dengue Dengue Dengue, portano il sole. Sono in due e col volto mascherato, li osservo e mi colpisce molto il loro essere coordinati, mi diverto a guardare i loro piedi che vanno a ritmo e sono sincronizzati nei passi dell’uno e dell’altro, quasi a simulare una danza, mentre alle loro spalle si susseguono visual che arricchiscono la loro performance dai ritmi tribali. Era previsto anche un altro nome tra i protagonisti del festival, ovvero l’iraniano Ash Koosha che purtroppo non ha potuto esibirsi perché trattenuto all’aeroporto di Londra.

 

 

Due giorni dunque in cui abbiamo assistito ad una varietà di genere e sonorità alle volte anche dissonanti tra loro, ma forse era proprio questa la sfida. E allora non mi resta che accettare la prossima sfida, chissà cosa ci riserverà la terza edizione di Manifesto.
Nell’attesa godetevi la mia selezione musicale di alcuni brani protagonisti del festival! (Nael Manuela Simonetti)