Recensione


The Wer

I The Wer risciacquano i panni in Brighton per un primo LP dal respiro internazionale

Ascolta il disco Werever
(Chains, 2017)

RECENSIONE – Mezz’ora per andare da Roma sud al sud dell’Inghilterra, precisamente a Brighton.
No, neanche con l’aereo è possibile (per il momento), ma con la musica sì. È questa la sensazione che si prova ascoltando il primo long playing dei The Wer.
Alessandro Piccenna (voce e chitarra), Gianluca Fazio (basso e cori), Leonardo Sentinelli (batteria) e Flavio Veronici (chitarra e cori) hanno registrato l’album nella prima metà del 2016 presso il Pentatonic Recording Studio e proprio a Brighton hanno testato dal vivo, con successo, le tracce che formano il loro Werever, prodotto dai ragazzi stessi e uscito nell’aprile del 2017.

Fedora, il brano di apertura, mette subito le cose in chiaro: i Wer sanno chi sono e cosa vogliono e soprattutto sanno come vogliono arrivarci. Cantando in inglese, innanzitutto e tessendo un sound ballabile, piacevole all’ascolto, intriso di melodie che si fanno ricordare e di una leggerezza che la fa da padrona. È la loro una leggerezza che mette di buon umore, come solo il buon pop sa fare e, da questo punto di vista, i quattro romani hanno raggiunto una maturità di tutto riguardo, rispetto al già ottimo EP d’esordio del 2014, Pirouette.

Se le chitarre e la voce ricordano a tratti gli Arctic Monkeys, primo punto di riferimento dei The Wer, il tappeto sonoro ottenuto con i synth li avvicina ai The 1975, altro gruppo importante per la loro formazione e ispirazione artistica. È proprio attraverso le tastiere che Werever tocca il suo apice e lo fa in particolare con Floating, il pezzo più intenso dell’album. Più che cantato è un brano quasi sussurrato, come se si volesse appositamente lasciare spazio all’arrangiamento dolce e sognante costruito attorno ai synth. Esso segna la piena maturazione verso un suono più squisitamente electro pop che aveva cominciato a farsi largo anche nel già citato Pirouette.

I The Wer infatti si inseriscono all’interno della scena indie romana, ma se ne differenziano per l’assenza di una qualsivoglia intenzione cantautoriale. Il loro fine è quello di creare un sound fresco e che li avvicini il più possibile alla scena anglosassone. Con Werever tale obiettivo è certamente raggiunto. (Ilaria Pantusa)

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